Salute

Le microplastiche nella nostra dieta

Le microplastiche nella nostra dieta

Minuscoli frammenti, fibre e particelle nanometriche di plastica si nascondono in alimenti e bevande. Ecco dove.

Le microplastiche sono ormai largamente diffuse in cibi e bevande. La loro provenienza è varia. I polimeri plastici, che si sfaldano in fibre e particelle più che microscopiche, sono impiegati in imballaggi, cosmetici, tessuti, per esempio. Oggetti di uso quotidiano, attraverso i quali inconsapevolmente continuiamo a diffondere gli inquinanti invisibili.

I residui di plastica invadono i mari, e gli organismi che vi vivono. Arrivano nei nostri piatti attraverso il pesce e il sale. Ma anche fuori dai mari l’invasione delle particelle di plastica è estesa. Viaggia attraverso l’acqua minerale, la birra, il miele. E se ne trova persino nella carne di pollo.

Crescono i timori su come la plastica stia inquinando il nostro ambiente. Grande attenzione è di recente rivolta a come le microplastiche – frammenti grandi da 5 millimetri a 100 nanometri (un nanometro è pari a un miliardesimo di metro, un milionesimo di millimetro, ndr) – stiano penetrando nei mari e nelle creature che li abitano. Con la conseguenza che queste microplastiche oceaniche entrano nella nostra catena alimentare, e quindi nel nostro corpo. Ma pesci e molluschi non sono l’unico alimento che contiene microplastiche. E altre fonti alimentari che non provengono dal mare potrebbero essere molto più preoccupanti‘, affermano in un articolo sul tema Christina Thiele e Malcolm David Hudson, rispettivamente ricercatrice e professore all’Università britannica di Southampton.(1)

Dal mare, cozze amare e pesci plastici

Secondo uno studio pubblicato nel 2014 su Enviromental Pollution, una porzione di cozze di allevamento servita in Europa potrebbe contenere circa 90 microplastiche (intese come frammenti non più grandi di 1 mm). Di conseguenza, i grandi consumatori di questi molluschi potrebbero ingerire fino a 11mila microplastiche l’anno.

Emblematico lo studio compiuto da un team di ricercatori portoghesi nel 2015. L’analisi dei tessuti di 263 pesci pescati a Lisbona ha evidenziato la presenza di microplastiche nel 19,8% dei casi. Uno su 5.

I pesci più contaminati sono quelli catturati con le reti a traino nella zona metropolitana di Lisbona e presso l’estuario del fiume Tago, una foce sulla costa oceanica, pertando caratterizzata dall’entrata del mare nel primo tratto del letto fluviale. Un terzo dei pesci risultati positivi ai controlli aveva ingerito più di un tipo di polimeri plastici tra polipropilene, polietilene, resina alchidica, rayon, poliestere, nylon e acrilico.

La gran parte delle microplasticherinvenute (65,8%) era costituita da fibre, presenti soprattutto nei pesci demersali. Quelli cioè che nuotano e si nutrono sui fondali, come seppie, merluzzi, naselli, triglie, spigole.

In poco più di un terzo dei casi, invece, i polimeri erano in forma di particelle, soprattutto nei pesci pelagici, cioè migratori, quelli che si nutrono in acque aperte, come tonno, pesce spada e lanzardo (Scomber Japonicus). Quest’ultimo – un tipo di sgombro molto diffuso sulle tavole del Mediterraneo in estate, quando si avvicina alla costa per la riproduzione – è risultato essere il più contaminato.

Dall’intestino al fegato, la migrazione delle microplastiche

Gli studi sulla contaminazione da microplastiche della fauna marina si sono concentrati, in prevalenza, sull’analisi di stomaco e intestino dei pesci, parti che sono normalmente eliminate prima del consumo. Tuttavia, come ha dimostrato per la prima volta uno studio dell’Università di Liegi, le microplastiche migrano in varie aree nell’organismo, trasferendosi dal tessuto digestivo ad altre parti del corpo.

I ricercatori belgi hanno rilevato accumuli di diverse microplastiche – soprattutto polietilene – anche nel fegato di acciughe (o alici), sardine e aringhe. Nel fegato delle acciughe questi contaminanti erano di dimensioni relativamente grandi, da 124 a 438 µm (un micrometro è pari a un millesimo di millimetro). Segno, secondo gli studiosi, di un elevato livello di contaminazione.

Sardine in scatola

Sorprendentemente, la presenza di microplastiche è stata rilevata anche nel pesce in scatola, di regola eviscerato e pulito. In una ricerca condotta da ricercatori franco-malesi sono state analizzate conserve di sardine e di spratti (pesci simili alle sardine) di 20 diversi marchi. In 4 di essi sono state ritrovate microplastiche che i ricercatori non sanno se attribuire a un inefficace lavoro di pulizia dei pesci o a una contaminazione occorsa all’interno degli stabilimenti di lavorazione. Consumando pesce in conserva contaminato da microplastiche, concludono i ricercatori, si rischia di ingerire fino a 5 pezzetti di plastica l’anno. Le particelle plastiche ritrovate sono quasi sempe PP e PET.

Sale alla plastica

Altra fonte di microplastiche è il sale marino. Uno studio cinese del 2015 ha analizzato 15 marche di sale in commercio nei supermercati cinesi, rilevando fino a 681 frammenti di plastica per kg di sale marino. Polietilentereftalato (PET), polietilene e cellophane finiscono così nei nostri piatti.

Consumando la dose massima giornaliera di sale raccomandata, pari a 5 grammi al giorno, si ingeriscono fino a tre microplastiche. Ma molte persone ingeriscono molto più della quantità raccomandata’, osservano gli studiosi di Southampton, che sottolineano anche la difficoltà di comparare gli studi sulle microplastiche. In mancanza di standard unificati, infatti, alcuni ricercatori prendono in considerazione soltanto le microfibre (provenienti dai materiali sintetici come il poliestere), altri solo i frammenti di dimensione superiore ai 200 micrometri.

Più recente (fine 2017) è lo studio di un ricercatore turco, che ha analizzato 16 marche di sale da tavola rilevando 16-84 particelle per kg nel sale marino, 8-102 nel sale di lago e 9-16 nel salgemma. I polimeri plastici più comuni erano il polietilene (22,9%) e il polipropilene (19,2%).

Pollo al polistirolo

La diffusione dei frammenti di plastica nell’ambiente marino è ampiamente nota. Meno diffusa è la consapevolezza della loro penetrazione nell’ambiente estraneo al mare e di conseguenza nei cibi da esso proveniente. Eppure, chi cerca trova. Un team di ricercatori messicani ha analizzato i ventrigli di pollo, ingrediente principale di un piatto tipico largamente consumato in quel paese. Ne è emerso che in ogni ventriglio di pollo sono contenute in media 10 microplastiche. Nella quasi totalità (91,4%), le plastiche ingerite dai polli erano residui di bottiglie di PE, rivela lo studio, mentre il 6,9% era costituito da fibre e l’1,7% da polistirolo. La trasmissione di tali plastiche è facilitata dalla modalità di preparazione domestica. Interpellate dai ricercatori, 7 donne su 10, hanno dichiarato di lavare il ventriglio solo esternamente, per poi cuocerlo nel brodo e infine tagliarlo per porlo sul riso.

Miele e plastica, studi discordanti

Anche il miele può veicolare le microplastiche nella nostra dieta. Uno studio tedesco del 2015 ne ha identificate in 47 campioni di varia origine. Tra questi, oltre a 6 mieli italiani, ve ne sono 10 di origine svizzera. La provenienza in questo caso incuriosisce, visto che i ricercatori svizzeri in un analogo studio condotto due anni dopo non hanno rinvenuto una significativa contaminazione di microplastiche nei 5 mieli svizzeri analizzati.

Birra, un sorso di plastiche

Nel 2014 anche la birra si è rivelata inquinata dalle microplastiche. Le ha cercate e trovate un team di ricercatori tedeschi in tutte le 24 birre di marca tedesca analizzate. Sono state rintracciate fibre (da 2 a 79 per litro), frammenti (da 12 a 109) e granuli (da 2 a 66) di plastica. Il livello di contaminazione è risultato molto variabile sia tra i singoli campioni, sia tra birre della stessa marca ma appartenenti a diversi lotti di produzione.

Acqua minerale, nessuno si salva

Una fonte certa e diretta di microplastiche è l’acqua minerale. Alla fine del 2017, un gruppo di ricercatori tedeschi ha analizzato con il metodo Raman 38 diverse marche di acqua minerale confezionata in 22 bottiglie di plastica Pet tra monouso e riutilizzabili, 9 in vetro e 3 in cartone. Il risultato che le microplastiche sono state rilevate in tutti i campioni, con il massimo livello nelle bottiglie in PET riutilizzabili, che contengono fino a 118 microparticelle, contro le 14 rilevate nelle bottiglie usa e getta. Nell’80% dei casi si trattava di frammenti di misura compresa tra 5 e 20 micrometri. Tanto piccole da non essere rilevabili con le tecniche adottate in analoghi studi precedenti.

Nell’acqua contenuta nelle bottiglie di plastica riutilizzabili sono state identificati poliestere (PET primario in polietilene tereftalato, 84%) e polipropilene (PP: 7%). Esattamente i materiali con sui sono realizzati gli imballaggi, il PET per le bottiglie e il PP per i tappi. In quelle monouso sono state trovate invece solo poche microparticelle di PET, la plastica con cui sono realizzate.

Nell’acqua dei cartoni per bevande e anche delle bottiglie di vetro sono state trovate particelle di microplastica diverse dal PET, ad esempio polietilene o poliolefine. Gli autori della ricerca ne collegano la presenza nei cartoni al rivestimento con fogli di polietilene e al trattamento dei tappi. Per il vetro la provenienza di microparticelle (fino a 253 per litro) è da chiarire.

Lo scenario è stato confermato da un ulteriore studio tedesco all’inizio del 2018. Nei 32 campioni di acqua minerale confezionata in bottiglie in plastica monouso e riutilizzabili e in bottiglie di vetro. Tutti i campioni sono risultati contaminati da microplastiche, in forma di particelle di dimensione inferiore a 5 micrometri. Con forti sospetti che la fonte siano gli imballaggi.

Altro studio condotto negli Stati Uniti all’inizio del 2018 su 250 bottiglie di acqua minerale di 11 marche, acquistate in diversi paesi (Italia inclusa), ha evidenziato la presenza di particelle di plastica, tra cui polipropilene (usato per realizzare i tappi), nylon e polietilentereftalato (PET).

Marta Strinati

Note

(1) L’Università di Southampton è celebre in ambito consumerista per gli studi condotti sull’insorgenza di disturbi del comportamento in bambini abituati a consumare alimenti contenenti coloranti azoici (poi soggetti ad avvertenza in etichetta e pertanto sostituiti dall’industria alimentare con altri coloranti)

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