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Made in Italy in etichetta per un prodotto su 4. Ma che vuol dire?

Made in Italy in etichetta per un prodotto su 4. Ma che vuol dire?

Made in Italy in etichetta. Solo ingredienti italiani, 100% italiano, product of Italy. Oppure la bandierina italiana in bella mostra sulla confezione. I claim che attestano l’italianità degli alimenti sono sempre più diffusi. Segno indelebile delle preferenze dei consumatori, sempre più orientati verso l’acquisto di cibi e bevande realizzati in Italia. Ma è bene saper distinguere il vero significato di tali affermazioni.

Made in Italy in etichetta, uno su quattro

Secondo la ricerca pubblicata a luglio 2017 da GS1Italy e Nielsen, dei 41mila prodotti alimentari censiti, uno su quattro richiama esplicitamente l’italianità della produzione. Una tendenza in crescita da tre anni. Nel 2016 il mercato degli alimenti così etichettati è cresciuto del 2,3%, raggiungendo un valore di 5,5 miliardi di euro.

Made in Italy, le ragioni di una scelta

Alla base delle preferenze dei consumatori (e del conseguente adeguamento dell’offerta) vi sono considerazioni varie. La sicurezza alimentare, innanzitutto, considerata migliore in Italia rispetto ad altri Paesi, grazie a un sistema di controlli pubblici e veterinari unico al mondo.

La consapevolezza di contribuire all’economia nazionale mediante acquisti di prodotti italiani è a sua volta migliorata. E si abbina al desiderio di sostenere le economie di prossimità (km zero, prodotti tipici locali), nonché di difendere le tradizioni agroalimentari italiane e la biodiversità.

Made in, quando scatta l’obbligo

In linea di principio – secondo regole europee e internazionali (1) – l’indicazione d’origine in etichetta è facoltativa per la generalità dei prodotti alimentari. Fatti salvi i casi di:

– presenza di notizie, ivi compresi i marchi ovvero rappresentazioni grafiche, in etichetta e pubblicità del prodotto, suggestive di un’origine diversa rispetto a quella effettiva. Ad esempio, un prodotto alimentare che richiami un’idea di italianità, anche solo nel marchio (Italian sounding), e che tuttavia non sia realizzato in Italia, deve precisare in etichetta l’effettivo paese di origine (esempio Made in Germany),

– alimenti che appartengano a categorie oggetto di legislazione specifica.

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Made in, le categorie protette

Le regole vigenti prescrivono di indicare la provenienza dell’alimento e/o delle sue materie prime solo in relazione ad alcune categorie di prodotti.

1) in UE è prescritta l’origine su:

– ortofrutta,

– prodotti di agricoltura biologica,

– DOP (Denominazione di Origine Protetta),

– IGP (Indicazione Geografica Protetta), quando il disciplinare vincoli all’uso di materie prime locali,

– vini (DOCG, DOC, IGT, e ora anche DOP e IGP) e bevande alcoliche (esempio grappa) oggetto di indicazioni geografiche riconosciute,

– prodotti ittici freschi,

– miele,

– uova,

– olio vergine ed extravergine di oliva,

– carni (bovine, suine, ovine, caprine, avicole). Fresche, congelate e surgelate. Con l’assurda esclusione delle preparazioni a base di carne.

2) In Italia, la provenienza delle materie prime va altresì indicata su:

– passate di pomodoro,

– latte, venduto tal quale ovvero impiegato nei prodotti lattiero-caseari.

Made in Italy, cosa vuol dire

Secondo i criteri internazionali (2), qualora un prodotto sia stato realizzato in più territori, la sua origine viene attribuita a quello ove si è realizzata l’ultima trasformazione sostanziale. Ciò vale per i veicoli a motore (e così Ducati e Ferrari si intendono Made in Italy seppure assemblate con materiali e componenti di provenienza estera) e per tutte le altre merci, comprese quelle alimentari.

Ne deriva che la sola rivendicazione del Made in Italy – al di fuori dei soli casi in cui l’origine della materia prima sia vincolata a un territorio (esempio DOP) o sia comunque oggetto di indicazione obbligatoria (esempio carni al supermercato) – vale soltanto a esprimere che la cosiddetta ‘ultima trasformazione sostanziale’ ha avuto luogo in Italia.

Una notizia sempre e comunque importante, anzi fondamentale, poiché il prodotto trasformato in Italia è garantito meglio di tanti altri sui fronti della sicurezza alimentare e della qualità. E il suo acquisto consapevole contribuisce all’economia del Belpaese, vale a dire al PIL e all’occupazione, oltreché al mantenimento di filiere agroalimentari radicate nella tradizione.

La sola notizia del ‘luogo di assemblaggio’ non vale tuttavia, di per sé, a esprimere una filiera integrata a partire dalla produzione agricola primaria. Ed è perciò che il significato più autentico del Made in Italy si esprime negli alimenti che possano vantare anche la provenienza nazionale delle materie prime. Ovviamente ove ciò sia possibile (non nel caso di caffè o cacao, ad esempio).

Il trucco si annida nel sistema delle regole, che consente di citare come italiani i pistacchi stranieri solo perché sgusciati in Italia o il succo di arancia da concentrato brasiliano solo perché diluito nella Penisola. A ben vedere ciò dovrebbe venire impedito, sulla base del regolamento UE 1169/11, che prescrive di specificare in etichetta la diversa provenienza dell’ingrediente primario ogni qualvolta sia fatto vanto dell’origine del prodotto. E tuttavia la Commissione europea, asservita alle lobby di Big food, ha dolosamente omesso di attuare la relativa prescrizione. Come avrebbe invece dovuto fare entro il 13 dicembre 2013.

I prossimi passi

Sulle etichette di riso e pasta il governo italiano ha previsto di estendere l’indicazione obbligatoria d’origine. Alla luce del regolamento UE 1169/11 non si intravedono problemi sull’origine del riso, mentre il provvedimento sulla pasta presenta alcune criticità. E tuttavia, forse in preda a una follia estiva, i ministri Martina e Calenda hanno deciso di firmare i relativi provvedimenti senza attendere il doveroso via libera della Commissione europea.

L’indicazione dell’origine delle carni al ristorante – e più in generale in tutti i pubblici esercizi, oltreché nelle mense (aziendali, scolastiche, ospedaliere) – è stata da più parti sollecitata. Per garantire la trasparenza dell’informazione al consumatore e valorizzare al contempo la zootecnia italiana. Ma il ministro Maurizio Martina, al di là di una nota di apprezzamento della Carta di Padova, non ha ancora dato seguito alla sollecitazione ricevuta.

Dario Dongo e Marta Strinati

Note

(1) reg. UE 1169/11 (Food Information Regulation), Codex Alimentarius Standard for Food Labelling

(2) reg. UE 952/2013 (Codice doganale UE), accordo WTO