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Il bio nel 2020, un bene rifugio durante la pandemia

Il bio nel 2020, un bene rifugio durante la pandemia

I numeri del bio nel 2020 dimostrano come proprio nell’anno della pandemia i consumatori abbiano scelto di dedicare maggiore attenzione a salute e ambiente anche nella spesa alimentare. La tendenza dei mercati – in Italia e nei Paesi UE, extra-UE di principale destino delle esportazioni Made in Italy – è documentata in un prezioso numero speciale della rivista Food. Sulla base di dati Nomisma e Nielsen.

In Italia, a giugno 2020 i prodotti biologici rappresentavano il 3,9% delle vendite complessive di cibi e bevande, con una crescita superiore al 5% che conferma una tendenza in corso da due decenni. E l’ impennata delle vendite di prodotti bio, attorno al 20%, ha consolidato ulteriori progressi in alcune categorie.

Uova, 1 su 5 è bio

Le uova biologiche spiccano tra i best sellers, con una crescita dell’11% sull’anno precedente che ha consentito di raggiungere 110 milioni di euro e sfiorare il 20% di quota della categoria. Vale a dire che oggi, nel carrello degli italiani, 1 su 5 uova è bio.

L’offerta di uova bio si è ampliata anche grazie alla sensibilizzazione dei consumatori sul valore dell’allevamento a terra delle galline ovaiole. La GDO in Italia si è perciò adattata e ha tra l’altro ampliato l’offerta delle uova bio, il non plus ultra di benessere animale e sostenibilità a prezzi accettabili.

Più dolci fatti in casa e meno merendine

Altra impennata di vendite riguarda la farina, regina della ritrovata passione nella preparazione di dolci casalinghi durante il lockdown del 2020. Le vendite delle farine bio sono aumentate del 44%, fino a circa 25 milioni di euro e una quota in valore poco superiore al 14% della categoria.

L’aumento delle preparazioni di dolci casalinghi ha giocoforza determinato una riduzione della vendita di biscotti e merendine, -10%. A poco sono valse le demenziali campagne di comunicazione dell’associazione industriale di categoria, ove si è tentato di stigmatizzare i dolci casalinghi a vantaggio degli snack ultraprocessati.

Frutta e verdura

La frutta bio – quasi sempre confezionata, purtroppo, a causa del difetto di certificazione del punto vendita – ha segnato un significativo incremento delle vendite (+12%), fino a occupare il 6% dell’intera categoria.

Buona anche la tendenza degli ortaggi biologici. Le vendite dei prodotti bio sono aumentate di oltre il 7%, per raggiungere quasi il 5% di quota sulla categoria.

Discount e ecommerce, il boom

I canali di vendita del bio in maggiore crescita sono i discount e l’online. I primi, +11-12%, vengono premiati dalla crescente offerta di referenze a prezzi molto competitivi. L’ecommerce, ove si sono inseriti molti produttori che hanno saputo organizzare la vendita diretta con consegna a domicilio, ha a sua volta saputo attrarre numerosi consumatori verso il bio a filiera corta.

Durante il lockdown anche i negozi specializzati hanno conquistato quote, con crescite attorno al 25-30%. Il fenomeno è coinciso con la necessità di fare la spesa nei negozi di vicinato, a discapito delle grandi superfici della GDO in aree periferiche e meno raggiungibili nella fase peggiore della pandemia. E si è infatti ridimensionato, tornando a un +6,5%, in linea con i dati già emersi.

In Italia il 15% del suolo coltivato è bio

La produzione biologica interessa il 15,% circa dei terreni italiani coltivati, come si è visto. Oltre la metà è concentrata in quattro regioni. La Sicilia con 400mila ettari, seguita da Puglia, Calabria – aree vocate prevalentemente ad agrumi e olivi – ed Emilia-Romagna. Le coltivazioni di frutta e ortaggi bio crescono del 10%, l’olivicoltura prosegue la crescita a ritmo più lento.

Zucchero italiano bio, il nuovo che avanza

La barbabietola da zucchero bio è stata introdotta dai bieticoltori della cooperativa CoProB, nata nel 1962 a Minerbio (Bologna), in Emilia-Romagna. Proprio qui – e in altre 6 regioni (Veneto, Piemonte, Lombardia, Friuli-Venezia Giulia, Marche e Umbria) – le 5000 aziende agricole socie rilanciano (o recuperano) una coltura tradizionale con un progetto innovativo.

All’insegna di filiera corta e tracciabilità dal campo alla tavola, già 140 aziende agricole coltivano 1600 ettari a barbabietola bio. Con la prospettiva di ampliarne il raggio, via via che si completerà il processo di conversione di nuove quote dei 33mila ettari complessivi coltivati a barbabietole, come abbiamo riferito.

L’industria alimentare è sempre più bio

Anche l’industria agroalimentare continua a spostarsi verso il bio. Le maggiori imprese hanno ormai una propria linea biologica, come pure i prodotti a MDD, marchio del distributore (private label).

Campioni di export bio

L’Italia si conferma il primo esportatore europeo di alimenti bio, secondo al mondo dopo gli Stati Uniti. Le esportazioni bio valgono circa 2 miliardi e mezzo di euro, per circa il 30% vengono commercializzate all’estero con le private label dei distributori stranieri.

L’ortofrutta rappresenta il 20% dell’export, seguono le bevande vegetali sostitutive del latte. In questo comparto l’Italia è tra i primi produttori al mondo ed esporta in oltre 40 mercati. Proprio dall’export deriva circa l’80% del fatturato. Seguono pasta e riso (12% dell’export bio), gli oli (10%), carni fresche e trasformate e vino (8%).

Il vino bio Made in Italy

Il vino bio italiano continua a crescere molto, anche in termini qualitativi. Tra le maggiori produzioni svettano il Chianti Classico (protagonista di una recente vittoria a tutela del marchio) – col 30% di produzione biologica – e il Franciacorta, ove il bio ha raggiunto il 50%.

Confortante anche la conversione di Cantine Ferrari, una etichetta di primo piano negli spumanti, vini tanto apprezzati in casa e all’estero, ma tuttora protagonisti di un importante inquinamento ambientale.

Il bio che importiamo

Le importazioni di alimenti biologici in Italia riguardano soprattutto alimenti non trasformati. Quelli di origine tropicale, come caffè e tè, spezie e cacao, zucchero di canna e frutta, prevalentemente ananas e banane. L’appeal di queste ultime continua a crescere anche grazie alla diffusione di notizie sulla presenza di pesticidi nelle banane convenzionali, di cui abbiamo riferito.

E ancora, importiamo riso basmati dall’India, grano tenero dal Canada, oltre a cereali e soia destinati all’uso zootecnico.

Germania, primo mercato bio in Europa

La Germania è il primo mercato europeo per i prodotti biologici, con un giro d’affari di oltre 12 miliardi di euro e una quota pari al 5,7% delle vendite alimentari. Un consumatore su due compra regolarmente bio, con una spesa media procapite di 130 €/anno.

Come altrove, il lockdown ha soffiato sulle vendite bio (+30%) anche in Germania, ove i discount sono protagonisti. Lidl, per esempio, collabora con l’associazione Bioland e sottopone molti dei propri prodotti bio a una certificazione persino più rigorosa di quella europea. Una strategia che ha attirato nuovi clienti, anche di fascia alta, estranei alla logica del prezzo ridotto all’osso tipico di questo canale.

L’impennata Brit

Nel Regno Unito, il 2020 si è concluso bene per il comparto bio. Le vendite di organic food & beverage sono salite del 6,1%, con un’impennata del +18,7% durante il lockdown.

Nei punti vendita del leader della distribuzione Tesco, per esempio, top seller sono le banane Fairtrade, con una media di 261mila vendite giornaliere. Incremento senza precedenti segnano poi le uova bio, 48 milioni negli ultimi 6 mesi.

Francia, pronta al sorpasso

Galoppa la Francia, impegnata più di altri Paesi UE nella transizione ecologica. Secondo l’Agence Bio, in 4 anni il mercato francese del biologico crescerà del 50%. Grazie anche alle fusioni tra i colossi della GDO e le insegne specializzate, già sperimentate con successo tra Intermarché e Comptoirs de la Bio.

Supermercati e ipermercati controllano il 55% del mercato bio d’Oltralpe. Carrefour è in prima linea, come suggerisce l’acquisizione del gruppo Bio c’Bon finito in bancarotta. Seguono Leclerc e Intmarché. Avanza bene anche Lidl, con una quota di mercato del 5,4%, in crescita.

Il bio oltrealtlantico

Fermento bio c’è anche nei paesi extra-UE. In Canada il 67% dei consumatori acquista alimenti bio almeno una volta a settimana, nonostante i prezzi maggiorati fino al 60%. Il volume d’affari nel 2020 ha superato 3,1 miliardi di euro (5 miliardi di dollari canadesi). Di questo flusso, 780 milioni di euro provengono dalla vendita di prodotti importati. Caffè, banane ma anche fragole, pomodori e spinaci. Nei negozi del gruppo Empire è stato avviato anche un orto verticale, per fornire ai clienti prodotti freschi troppo delicati per affrontare il trasporto.

Negli Stati Uniti il mercato del bio è pure molto vivace. Appena prima della pandemia due catene del bio (Lucky’s market e Earth Fare) hanno dichiarato bancarotta, ma il comparto rimane in ottima forma. Il giro d’affari è più che raddoppiato in 10 anni, dai 24 miliardi di US$ del 2010 agli oltre 55 mld del 2020, e il bio oggi rappresenta il 5,8% delle vendite alimentari. A guidare la crescita sono i colossi come Walmart e i discount, oltre a Whole Foods Markets, che sta giocando sulle promozioni per ampliare la platea dei clienti.

L’anomalia australiana

In Australia viene riferita una situazione per noi inconcepibile. L’utilizzo della dichiarazione bio/organic pare essere ancora privo di regole adeguate agli scopi, al punto che gli operatori potrebbero citarla in etichetta anche senza averne i pieni requisiti ovvero utilizzando un solo ingrediente bio.

Il mercato dei prodotti bio autentici peraltro cresce anche nella terra dei canguri. Secondo Australia Organics almeno due acquisti su tre di cibo bio sono dettati dai timori per la salute propria o dei figli.

Cina e India, enormi mercati in crescita per il bio

In Cina, il desiderio di un’alimentazione salutista si concentra sugli snack e il consumo domestico. La forza propulsiva è rappresentata dai Millennials, di cui l’81% dichiara di scegliere gli spuntini privilegiando prodotti freschi e possibilmente bio. Un desiderio che spalanca nuove opportunità per i partner commerciali stranieri, italiani inclusi. Entro il 2024 si prevede che il mercato cinese del cibo bio superi i 13 miliardi di dollari di fatturato.

L’India a sua volta esprime un mercato bio da un miliardo di dollari. Con il lockdown da pandemia, le vendite di riso e legumi bio sono raddoppiate. Il giro d’affari si attesta attorno agli 860 milioni di euro (un miliardo di dollari). Amazon India ha cavalcato il fenomeno, promuovendo il consumo di prodotti bio con sconti fino al 50% su decine di marchi importati, incluso l’olio extravergine di oliva Dal Monte.

Russia, un mercato ancora di nicchia

In Russia il biologico è appannaggio di pochi, soprattutto dei giovani benestanti che vivono nelle principali città, come Mosca e San Pietroburgo. La ragione è che il bio comporta rincari fino al 300%.

Non sorprende dunque che il mercato degli alimenti biologici rappresenti appena lo 0,1% delle vendite alimentari, per l’80% importato. A livello nazionale rileva la catena VkusVill, che in poco più di dieci anni è passata dalla gestione di una bancarella rionale nella periferia di Mosca alla apertura di 1200 negozi, approvvigionati dai produttori locali.

Marta Strinati

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