Mercati

Filiera alimentare, Forum di Alto Livello, i buoni propositi di Bruxelles

Il 24.6.19 la Commissione europea ha pubblicato il rapporto finale del ‘Forum di Alto livello sul migliore funzionamento della  filiera  alimentare’. Buoni propositi su pratiche commerciali corrette, efficienza e competitività, trasparenza nella catena del valore. Dalle parole ai fatti, alcune questioni irrisolte.

Filiera  agroalimentare UE-Italia, i dati

La filiera alimentare  occupa complessivamente il 19% della forza lavoro in Europa, quasi 44 milioni di posti su un totale di 227 (Eurostat). 22 milioni occupati in agricoltura, 4,6 nella trasformazione, 7 nella distribuzione. Le imprese sono circa 15 milioni, di cui 11 milioni nel comparto agricolo, 300 mila nella trasformazione, 2,8 milioni nella distribuzione, la restante parte nei servizi. (1) Le PMI rappresentano il 99% delle imprese, il 48% del fatturato di settore.

Il fatturato complessivo  della filiera alimentare dell’UE ammonta a 3,7 mila miliardi di euro. La distribuzione è protagonista (€1.128 miliardi al dettaglio, 1.032 all’ingrosso), seguita dall’industria di trasformazione (€1.115 miliardi) e l’agricoltura (462 miliardi). Il valore aggiunto complessivo è superiore a €707 miliardi (lordi), pari al 5% del valore aggiunto totale in UE (dati 2015,  FoodDrinkEurope). (2)

Gli scambi  di derrate agroalimentari con Paesi terzi hanno raggiunto la cifra record di €255 miliardi nel 2017. L’UE si conferma così essere la prima area al mondo per import-export di prodotti agroalimentari, con esportazioni pari a 138 miliardi di euro e un avanzo commerciale netto di 21 miliardi. (3)

L’agricoltura italiana  si posiziona al primo posto in Europa per il valore aggiunto, stimati in 32,2 miliardi di euro (2018, Eurostat). Seguita da Francia (32,1 miliardi), Spagna (30,2) e Germania (16,8). L’industria alimentare italiana mantiene invece il terzo posto in UE (€133,1 miliardi di fatturato), dopo che la Francia (€179,8) ha superato la Germania (€171,3). A seguire Inghilterra (€118,2) e Spagna (€96,4). I cinque Paesi esprimono il 66% del fatturato europeo di settore (2018, Eurostat).

Filiera alimentare, il Forum di Alto Livello

Lo ‘High Level Forum  for a Better Functioning of the Food Chain’  (HLF) venne istituito nel 2010 dalla Commissione europea ed è composto da 50 membri. Di cui 48 effettivi – in rappresentanza di Stati membri (28) e federazioni europee dei vari comparti e filiere (22) – e 2 osservatori (Parlamento europeo e Norvegia). L’assemblea plenaria viene indetta una volta l’anno per adottare il programma e convalidare i lavori condotti dallo  Sherpa group, il gruppo di esperti che elabora documenti e posizioni con il supporto della segreteria (Commissione europea).

Nei primi 4 anni  il Forum ha essenzialmente registrato l’acuirsi di problemi già noti e irrisolti, aggravati dalle crisi economiche globali. Con ulteriore pregiudizio alle filiere agricole locali, afflitte tra l’altro dal  dumping  socio-ambientale della concorrenza planetaria. Il rapporto HLF 15.10.14 ha fornito una serie di raccomandazioni, riconoscendo la necessità di un approccio olistico per garantire coerenza tra le politiche che a vario titolo interessano la filiera alimentare. (2) Nel 2015 il Forum  ha poi ottenuto un nuovo mandato, che scadrà il 31.12.19. Sono state definite nove aree di intervento: competitività, pratiche commerciali B2B, mercato interno, accesso al mercato e commercio, sostenibilità, dimensione sociale, innovazione, prezzi, future sfide che influenzano la competitività.

Quattro aree di lavoro  sono state messe a fuoco nell’attuale mandato del  Forum. Con l’obiettivo di promuovere le riforme necessarie, laddove l’auto-regolazione risulti inidonea, sui temi che seguono:

pratiche commerciali  corrette  ed efficienti,

– competitività e nuove opportunità  nel mercato unico. Con un occhio di riguardo alla digitalizzazione della filiera,

trasparenza della catena del valore. Un indicatore sulla composizione dei prezzi, ‘FoodEuro’, sarà introdotto entro fine 2019, (3)

– differenze  di composizione tra prodotti di stessa marca e simile apparenza, venduti nei diversi Paesi membri  (Dual Quality Food).

Forum di Alto Livello, il rapporto 24.6.19

Il rapporto 24.6.19  dello  High Level Forum for a Better Functioning of the Food Supply Chain  è focalizzato su due ordini di raccomandazioni,

– come affrontare le barriere che affliggono il mercato interno nella filiera agroalimentare,

– analisi sulla proporzionalità di casi di composizioni differenti in prodotti etichettati in modo identico  (dual quality food).

Il buon funzionamento del mercato interno  è al centro delle attenzioni del Forum, com’è ovvio. (4) Grazie al ‘mercato unico’ – nella narrativa europea, ripresa nell’ultimo rapporto HLF – i cittadini europei ‘possono comprare il cibo che vogliono, dove vogliono, e beneficiare di una grande scelta e prezzi più bassi’. (2) Il mercato unico garantirebbe così ai cittadini europei ‘freedoms and opportunities’. In una prospettiva di libertà e di standard di vita che tuttavia, ad avviso di chi scrive, è di breve raggio.

This Forum would like  to send a strong message. The time has come to put an even stronger emphasis on the Single Market for food. Not for its own sake. But for the sake of our industrial economy, for the sake of high quality products, for the sake of consumer choice and  for the sake of our future living standards.’ (2)

Dalle parole ai fatti, è indispensabile riportare equilibrio in una  supply-chain  che ha registrato in pochi decenni l’emergere della distribuzione moderna, a cui ora si aggiunge l’ecommerce. Poteri concentrati che tuttora dominano una filiera produttiva estremamente frammentata, sulla quale incombe l’ulteriore minaccia dell’abbattimento dei dazi su commodities agricole realizzate in Paesi terzi privi di regole a presidio di lavoratori e ambiente.

Sostenibilità e nuovi OGM

Un vero e proprio ‘apartheid  climatico’  rischia di cancellare i pur lievi progressi compiuti nelle ultime decadi sui fronti di sviluppo sostenibile e contrasto alla povertà. (5) La filiera alimentare si conferma uno dei settori economici con il maggior impatto sull’ambiente, a causa del consumo diretto di suolo e degli effetti sugli ecosistemi nonché sulle forniture globali e regionali di carbonio, nutrienti e acqua. (6) E l’agroecologia  si pone oggi come l’unica vera soluzione da seguire, in Europa e nel mondo

Il  dibattito  su come combinare gli sforzi ambientali dell’umanità con le crescenti esigenze nutrizionali è senza esagerazione uno dei problemi più importanti e urgenti che il nostro pianeta deve affrontare’. (2)

Il Forum  dà atto del problema ma anziché considerare le vere soluzioni – che la scienza individua in un approccio sistematico  – propone una falsa soluzione di stampo atlantista, la de-regolamentazione in Europa  dei nuovi OGM (plant breeding techniques  o  gene editing). In una logica che trascura il principio di precauzione e la biodiversità, privilegiando invece i monopoli globali  dei colossi dell’agrochimica. I cui interessi, evidentemente, non coincidono con quelli dei 22 milioni di lavoratori nella filiera agricola europea.

Etichettatura d’origine e oscurantismo

L’origine  –  Made in  e provenienza delle materie prime – viene portata avanti dalle parti sociali interessate, in Europa, al preciso scopo di favorire scelte consapevoli di acquisto in ogni transazione, B2B e B2C. Nella prospettiva di privilegiare gli approvvigionamenti di merci che provengano da filiere eque e sostenibili, cioè rispettose di lavoratori, comunità rurali e ambiente. Nonché di garantire etichette trasparenti, in linea con le aspettative dei consumatori e la loro crescente attenzione verso le filiere corte.

‘Gastronazionalismo’  è l’infelice crasi richiamata dai membri del ‘Forum di Alto Livello’ per sminuire questo fenomeno e inquadrarlo, con spregio, come una recrudescenza di istinto autoctono dei consumatori europei. (7) Si trascura così il valore socio-economico e occupazionale legato allo sviluppo della domanda interna su beni prodotti sui territori, nonché i risvolti sul fronte della sostenibilità. In nome del dogma neo-liberista del commercio globale e dei  Free Trade Agreement, che proprio ora si va a definire con gli USA (TTIP) e i Paesi Mercosur, campioni globali nella produzione di  commodities  alimentari in competizione con quelle europee.

While there is clear empirical evidence at an aggregate level that trade offers multifaceted consumer benefits, individual consumers cannot clearly see them and often lack information on the origin of imported goods and the lower prices brought about by new trade policy initiatives’. (2)
 
Gli accordi di partenariato internazionale  sono destinati a stravolgere con feroce istantaneità gli equilibri di economie strutturate nei secoli. Senza che nessuno abbia preventivamente valutato il loro potenziale impatto su singoli comparti o intere filiere, economie regionali e nazionali. E non si potrà tornare indietro, dopo avere ceduto sovranità nazionale e potestà normativa su ambiti come concorrenza e tutela del mercato, appalti, lavoro.

Le filiere corte  (Short Food Supply Chains, SFSC) viceversa sfuggono al ‘Forum di Alto Livello per un miglior funzionamento della filiera alimentare’, tanto quanto ai politicanti europei. Sebbene quasi nove consumAttori europei su dieci siano a favore del rafforzamento del ruolo degli agricoltori nella filiera alimentare (Eurostat, 2018). La stessa Commissione europea sia giunta ad ammettere che a tutt’oggi le filiere alimentari ‘raramente portino vantaggio agli agricoltori’, schiacciati dalle pratiche commerciali sleali. (8) Ma né la PAC e altre politiche europee, né quelle nazionali hanno ancora considerato le produzioni di piccola scala e l’agricoltura contadina.

#Égalité!

Dario Dongo e Giulia Torre

Note

(1)  https://ec.europa.eu/info/sites/info/files/food-farming-fisheries/farming/documents/factsheet-food-supply-chain_march2017_en.pdf
(2)  https://ec.europa.eu/DocsRoom/documents/7194/attachments/1/translations
(3)  https://ec.europa.eu/docsroom/documents/36063
(4)  TFUE, articolo 28.1. ‘L’Unione comprende un’unione doganale che si estende al complesso degli scambi di merci e comporta il divieto, fra gli Stati membri, dei dazi doganali all’importazione e all’esportazione e di qualsiasi tassa di effetto equivalente, come pure l’adozione di una tariffa doganale comune nei loro rapporti con i paesi terzi.’
TFUE, articolo 34. ‘Sono vietate fra gli Stati membri le restrizioni quantitative all’importazione nonché qualsiasi misura di effetto equivalente.’
TFUE, articolo 35. ‘Sono vietate fra gli Stati membri le restrizioni quantitative all’esportazione e qualsiasi misura di effetto equivalente.’
(5)  https://www.theguardian.com/environment/2019/jun/25/climate-apartheid-united-nations-expert-says-human-rights-may-not-survive-crisis
(6) Lo stesso report afferma: ‘A  livello mondiale la produzione alimentare contribuisce al cambiamento climatico attraverso l’emissione di gas a effetto serra e la riduzione dello stoccaggio di carbonio nella vegetazione e nel suolo. A livello locale, la monocoltura può ridurre la biodiversità e incide sugli habitat naturali attraverso la conversione della terra, l’eutrofizzazione, gli apporti di pesticidi, l’irrigazione e il drenaggio. Pratiche agricole insostenibili possono anche portare a conseguenze ambientali dirette quali l’erosione del suolo e la perdita di impollinatori.’  (v.nota 4)
(7) Il termine ‘gastronazionalismo’ sembra essere coniato nel  2000 dal Dr.  William Swart J. (Augustiana University, Illinois, USA), durante i suoi studi in sociologia. Successivamente sviluppato da Michaela De Soucey (2010)
(8) Per alcuni utili spunti sulla disattenzione delle politiche europee sulle filiere corte, si veda  https://www.euractiv.com/section/agriculture-food/opinion/europe-must-get-serious-about-short-food-supply-chains/

Informazioni sull'autore

Aggiungi commento

Clicca qui per scrivere un commento

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.