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Sprechi alimentari, un approccio sistemico per affrontare la crisi ecologica e sociale 

Sprechi alimentari, un approccio sistemico per affrontare la crisi ecologica e sociale

Ridurre gli sprechi alimentari costituisce una priorità, a livello globale, per la tutela dell’ambiente e il benessere sociale. Lo studio scientifico ‘Food wastage. Systemic approach and structural prevention’ – pubblicato su ResarchGate e ripreso nel Rapporto tecnico dell’ISPRA (Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale) – analizza il fenomeno con un approccio sistemico. (1) Offrendo un insieme di proposte su come affrontare la crisi ecologica e sociale in atto.

Le filiere alimentari nel loro complesso devono essere radicalmente trasformate, poiché non basta ridurre i rifiuti alimentari, ma bisogna ripensare tutti i processi che generano altre forme di spreco. Le quali comprendono, tra l’altro, sovralimentazione e malnutrizione (in eccesso e in difetto), gli usi non alimentari di derrate agricole edibili (es. biocombustibili), le perdite nette legate alla nutrizione degli animali da allevamento con prodotti commestibili per l’uomo.

Sprechi alimentari, un problema sistemico

Lo spreco alimentare, in una visione sistemica, è tra le prime cause di superamento dei limiti ecologici e sociali di resilienza e stabilità del pianeta. Il circolo vizioso di eccedenze e sprechi si associa infatti a emissioni di gas-serra e cambiamento climatico, perdita e alterazione della biodiversità (geni, specie e habitat), consumo eccessivo e inquinamento di acqua, suolo e altre risorse naturali (cicli di azoto, fosforo e potassio).

La sovrapproduzione di eccedenze è la principale causa di spreco a livello globale. A ogni incremento di fabbisogno (+0,1%) corrisponde infatti un aumento ben maggiore di offerte e consumi (+1,0% circa), che a sua volta innesca incrementi esponenziali delle eccedenze sprecate (+3,2%). Una spirale che accentua le diseguaglianze, esponendo alla malnutrizione e alle patologie correlate due persone su tre a livello planetario. Aumentano denutrizione (830 milioni di persone), sovrappeso (eccesso calorico e deficit di alcuni nutrienti: quasi 2 miliardi, di cui 600 milioni obesi) e chi è soggetto a diversi altri tipi di malnutrizione (sufficienti calorie, ma insufficienti nutrienti, circa 2 miliardi).

Lo spreco riguarda almeno il 44% delle calorie (addirittura l’85% ove si considerino tutte le forme di spreco), il 50% in massa e il 66% delle proteine prodotte dalla filiera alimentare globale. A ciò corrisponde un’impronta ecologica che disperde circa il 32% delle risorse naturali generate ogni anno (biocapacità). In Italia lo spreco complessivo raggiunge il 63%, con dispersione di circa il 50% delle risorse che sono tra l’altro, in buona parte, generate altrove (si pensi al grano nordamericano, piuttosto che alla soia e mais impiegati nei mangimi).

Le esigenze di trasformazione della filiera alimentare

La produzione di cibo – in particolar modo nei modelli intensivi, industriali e finanziarizzati – è la fase delle filiere con il maggior impatto ambientale. Ben più della fase ultima, quella di smaltimento di rifiuti alimentari. Bisogna quindi rivedere modelli viziati da abusi di consumi energetici (in prevalenza da fonti fossili) e di sostanze chimiche di sintesi, in un mercato dominato dalla finanza globale che tende a stimolare l’abbassamento relativo dei prezzi alimentari al consumo nei Paesi sviluppati (favorendo così l’aumento dello spreco nella fase di consumo). Di converso, la dipendenza dal mercato internazionale delle commodities (rinforzato dallo spreco da sovrapproduzione) tende a influire sull’aumento relativo dei prezzi alimentari al consumo nei Paesi a reddito medio-basso, generando vulnerabilità e insicurezza alimentare.

Le evidenze scientifiche mostrano come la tutela ambientale e la ‘food security’ (vale a dire la sicurezza degli approvvigionamenti alimentari) non possano prescindere dall’autosufficienza dei Paesi (che in Italia è verosimilmente solo al 55% circa) e dalla loro cooperazione. Ciò comporta la riduzione del consumo di suolo agricolo e naturale, il recupero dei territori rurali e la conversione delle produzioni verso l’agricoltura ecologica ed estensiva, nel rispetto della biodiversità. Si devono perciò applicare all’agricoltura i principi scientifici dell’ecologia, valorizzando le istanze sociali di lavoratori e comunità locali, per raggiungere la c.d. sovranità alimentare.

Valorizzare la biodiversità agroalimentare (con varietà locali e tradizionali, miglioramenti partecipativi) significa ridurre l’impronta ambientale delle produzioni agricole, favorire la resilienza (e così l’adattamento ai cambiamenti climatici), restituire centralità ai contadini e alle popolazioni locali, garantire nel medio-lungo termine la salute dei cittadini e la sostenibilità economica delle filiere. A parità di risorse utilizzate, l’agricoltura ecologica su piccola scala genera 2-4 volte meno sprechi rispetto ai sistemi agroindustriali e consuma complessivamente molte meno risorse. Oltre a fornire più nutrienti e risultare più durevole, grazie a una minore dipendenza dai mercati internazionali di commodities standardizzate. A livello globale, l’agricoltura su piccola scala produce il 70% del totale con il 25% delle terre.

Questa trasformazione richiede un intervento strutturale per la riduzione dello spreco alimentare nelle sue varie forme. Le perdite nette insite nell’alimentazione e accrescimento degli animali da allevamento rappresentano oggi la componente maggiore di spreco, che interessa in Italia circa il 40% della produzione commestibile primaria. Bisogna perciò orientare la dieta della popolazione verso un maggior consumo di prodotti vegetali, riducendo quelli di alimenti di origine animale nonché di prodotti ipercalorici e iperprocessati (grassi insalubri, zuccheri e sale). Inoltre vanno ridotti il fabbisogno totale della popolazione (con pianificazioni familiari condivise e assistenza/educazione sessuale), la sovraofferta commerciale e il sovraconsumo. In poche parole, maggiore qualità e minore quantità dei cibi.

La prevenzione strutturale

La ricerca analizza le filiere alimentari convenzionali e i loro ‘bottleneck’ (i colli di bottiglia, le aree di concentrazione dei mercati) ed evidenzia la possibilità di ridurre i rifiuti alimentari privilegiando altri tipi di modelli. Emerge infatti che le filiere corte, regionali e biologiche (vendita diretta in azienda, nei mercati e negozi degli agricoltori, a domicilio anche online) producono in media 3 volte meno rifiuti alimentari, rispetto ai sistemi convenzionali. Nei casi di innovazioni che provengano dalla società civile, fondati su produzioni agroecologiche locali e reti di Economia Solidale tra contadini e consumatori (es. Gruppi di Acquisto Solidale, GAS; agricolture supportate da comunità CSA) i rifiuti possono essere in media 8 volte inferiori. Chi si approvvigiona solo attraverso reti alternative di distribuzione spreca mediamente un decimo di chi si rifornisce presso la grande distribuzione organizzata (GDO). Complessivamente, le prestazioni ambientali e sociali dei sistemi alimentari alternativi risultano molto più efficaci. Le reti solidali agiscono positivamente su tutti i fronti dello spreco. Riducendo le intermediazioni migliora il coordinamento tra gestione delle risorse naturali, produzione, consumo e fabbisogni. Grazie al significativo incremento di consapevolezza sui valori del cibo, viene garantita l’equa remunerazione dei produttori e la gestione più efficace dei pochi avanzi.

Performance

Sistemi alimentari industriali

Sistemi con filiere corte, locali, biologiche

Sistemi agroecologici locali, di piccola scala con reti solidali

Rifiuti alimentari

(% della produzione)

40 – 60

15 – 25

5 – 10

Efficienza a parità di risorse

(% rispetto ai sistemi industriali)

100%

200 – 400

400 – 1.200

 

Lo studio propone un complesso di misure strutturali di prevenzione potenzialmente idonee ad affrontare i problemi considerati, mediante politiche ambientali e alimentari adeguate agli obiettivi. La prevenzione è la pietra miliare di una strategia che parte da una politica alimentare d’insieme (food policy) declinata su più livelli settoriali e territoriali, facendo riferimento a una pianificazione di modelli alimentari sostenibili di produzione, distribuzione e consumo. Le pubbliche amministrazioni devono fornire educazione alimentare e nutrizionale, acquistare alimenti sostenibili (acquisti pubblici verdi, GPP), sostenere le reti alimentari locali, di piccola scala, ecologiche, solidali. Occorre promuovere l’agroecologia con la valorizzazione dell’agrobiodiversità, la tutela dell’agricoltura contadina e l’accesso alla terra, approfondire la ricerca, favorire l’agricoltura sociale, urbana e in aree rurali interne soggette a spopolamento. Bisogna altresì contrastare ogni forma di illecito nelle filiere alimentari e incentivare il ruolo attivo dei cittadini per creare reti di comunità resilienti.

Le bioeconomie del recupero (ambito in cui l’Italia è all’avanguardia grazie alla Legge 166/2016), dell’efficienza e del riciclo devono a loro volta venire messe a regime, per favorire un’economia tendenzialmente circolare che operi solo con quantità fisiologiche’ di eccedenze prodotte dal proprio territorio. La bioeconomia quasi-circolare dovrebbe invero mantenere un ruolo secondario rispetto alla priorità di prevenire la produzione di eccedenze con lo sviluppo di reti alimentari ecologiche, solidali, locali e di piccola scala. Questo in modo da evitare il paradosso di necessitare maggiori eccedenze, impatti e consumi di risorse per mantenere questi nuovi processi.

Il valore etico del cibo e la necessaria trasformazione ecologica e solidale

Gli sprechi alimentari tuttora in atto si rivelano sotto diversi aspetti funzionali all’espansione di un sistema economico e commerciale guidato da logiche liberiste e finanziarie incompatibili coi limiti naturali (già superati). Un sistema che allontana sempre più la produzione dal consumo, dominato da pochi, dal capitale fittizio e dalle sue bolle speculative, dal commercio internazionale, la concentrazione dei mercati (colli di bottiglia in cui grandi operatori condizionano i piccoli fornitori e i consumatori), l’omologazione degli standard di prodotto (guidata da spettacolarizzazioni e mercificazioni), le pratiche sleali nel commercio e nel mercato del lavoro, le frodi alimentari. I costi ambientali e sociali delle produzioni insostenibili vengono ancora esternalizzati e occultati, abbassando i prezzi e favorendo così lo spreco nel consumo. Tuttavia i cittadini iniziano a reagire con un’invincibile pressione dal basso per recuperare il controllo fisico, economico e cognitivo della filiera.

La prevenzione strutturale deve perseguire l’obiettivo principale di ridurre gli sprechi in Italia a non oltre il 25% degli attuali e riportare così il sistema alimentare alle condizioni di sicurezza. Il diritto al cibo, invano proclamato dalle Nazioni Unite, deve trovare attuazione concreta mediante politiche per l’autosufficienza alimentare che riconoscano il sistema ecologico e sociale del cibo come un bene collettivo vitale.

Di conseguenza i finanziamenti destinati alle spese militari, ai combustibili fossili e all’agroindustria, ad esempio,devono venire almeno in parte trasferiti a comunità locali autosostenibili che praticano l’Economia Solidale cooperando tra loro in modo paritario a scala globale. Bisogna ridefinire le fondamenta della democrazia, a partire dai diritti e doveri umani fondamentali tuttora gravemente trascurati. Tutto ciò può aumentare la resilienza dell’umanità di fronte ai gravissimi rischi che stanno cominciando a manifestarsi.

#Égalité!

Giulio Vulcano e Dario Dongo

Note

(1) Cfr. Giulio Vulcano (2018), ‘Food wastage. Systemic approach and structural prevention’. doi 10.13140/RG.2.2.28470.40001/4. Testo integrale su ResearchGate,

V. il rapporto tecnico ISPRA

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