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Mediterraneo, un mare di plastica. Il rapporto ISPRA

Mediterraneo, un mare di plastica. Il rapporto ISPRA

Mediterraneo. Un mare di plastica e microplastiche. La situazione è ‘allarmante’, secondo il rapporto presentato da ISPRA il 9.10.19. Brevi riflessioni al riguardo.

ISPRA, rapporto di monitoraggio sull’ambiente marino in Italia

L’Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale (ISPRA) ha pubblicato, il 9.10.19, il rapporto annuale sui rifiuti marini su litorali e fondali italiani. (1) Nell’ambito del programma di monitoraggio stabilito con la c.d. ‘Strategia Marina’ europea. (2). E il suo titolo è eloquente, ‘Con i rifiuti abbiamo toccato il fondo’.

Più del 70% dei rifiuti marini è depositata nei fondali italiani e il 75% è plastica’.

Le analisi condotte dall’Ispra – con il contributo del Sistema per la Protezione dell’Ambiente (SNPA) – evidenziano come il Mediterraneo sia uno dei mari più afflitti dall’inquinamento da plastiche. Ricevendo addirittura il 7% della plastica complessivamente riversata nei mari del pianeta (8 milioni di tonnellate).

Mediterraneo, un mare di discariche

Le discariche in mare aperto caratterizzano i nostri mari, secondo le rilevazioni ISPRA. 786 oggetti per un totale di 0,7 ton su km2 sui fondali sabbiosi in Sicilia, 403 oggetti in Sardegna (per 86,55 kg di rifiuti). Con picchi sui fondali rocciosi, dai 20 ai 500 metri di profondità. 1500 oggetti nel mar ligure, i 1200 nel golfo di Napoli e i 900 lungo le coste siciliane. Nei mari Adriatico e Ionio, le aree più inquinate sono invece quelle a sud del delta del Po (983 rifiuti per km2), Corfù (>800) e Dubrovnik (559), sul fronte orientale. La media Adriatico-Ionica complessiva supera i 300 rifiuti per km2, dei quali l’86% è in materiali plastici, in prevalenza oggetti monouso.

I rifiuti provengono in parte dalla terraferma e vengono trascinati al mare attraverso i fiumi. Il monitoraggio condotto da Ispra nell’ambito del progetto MedSeaLitter 2017-2018 evidenzia come gli estuari dei fiumi presentino la maggior concentrazione di rifiuti galleggianti, oltre 1000 oggetti per km2. I quali abbondano anche nei mari prossimità delle coste, tra 10 e 600 unità per chilometro quadrato. Per poi degradare (o affondare) in mare aperto, ove le unità di rifiuti galleggianti scendono a 1-10. Imballaggi industriali e alimentari, borse, shopper e bottiglie in plastica, retine per la mitilicoltura sono gli elementi più diffusi.

L’inquinamento in superficie è altresì preoccupante. Non solo per le macroplastiche, la cui densità media varia tra le 2 e le 5 unità per chilometro quadrato. Ma soprattutto per la densità di microplastiche – microparticelle di misura inferiore a 5 mm – che nella stessa area varia tra 93-204 mila unità. Sulle spiagge, del resto, sono stati rilevati dai 500 ai 1000 rifiuti ogni centro metri.

Inquinamento da plastica, quali soluzioni?

Gli imballaggi di alimenti e altri oggetti di consumo rappresentano una delle prime cause di inquinamento da plastiche e microplastiche nei mari. La direttiva europea SUPs (Single Use Plastics Directive) ha vietato l’impiego di alcuni oggetti in plastica monouso, trascurando tuttavia alcuni dei protagonisti del disastro in atto. Uno su tutti, i bicchieri usa-e-getta. Il c.d. ‘Pacchetto Economia Circolare’, a sua volta, è senza dubbio un grande passo avanti nella gestione complessiva del ciclo di vita della generalità dei prodotti. Ma non basta.

L’economia circolare rimane il percorso da seguire, sul solco della scala di Lansink. Continuano tuttavia a sfuggire, all’attenzione dei policy-makers e degli operatori delle filiere interessate:

– il valore essenziale dell’educazione, affinché la gerarchia dei rifiuti possa trovare concreta attuazione nella vita quotidiana di ciascuno,

– l’urgenza di affermare la responsabilità estesa dei produttori, con riguardo all’intero ciclo di vita delle loro merci e dei rispettivi imballi. Solo così si potrà ottenere una vera trasformazione dei modelli di consumo, che devono venire orientati ove possibile verso il superamento dello ‘usa-e-getta’. Nella direzione di riduzione e riutilizzo, i quali hanno valore ben diverso dal riciclo,

– l’esigenza di considerare altre cause di inquinamento da plastiche e microplastiche. E di affermare la ‘extended producer’s responsibility’ anche in altri settori. Non bisogna guardare solo a tessile e abbigliamento o altri FMCG (Fast Moving Consumers Goods) ma anche ad attività produttive. Come l’agricoltura, ove i teli per la pacciamatura e altri materiali in plastica, per citare qualche esempio, tendono a venire dispersi nell’ecosistema al di fuori di ogni controllo.

Dario Dongo e Sabrina Bergamini

Note

(1) Ispra (2019). Con i rifiuti abbiamo toccato il fondo e il 75% è plastica http://www.isprambiente.gov.it/it/ispra-informa/area-stampa/comunicati-stampa/anno-2019/con-i-rifiuti-abbiamo-toccato-il-fondo-e-il-75-e-plastica

(2) V. dir. 2008/56/CE, direttiva quadro sulla strategia per l’ambiente marino

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