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Plastiche e microplastiche nel Mediterraneo, una sfida culturale

Plastiche e microplastiche nel Mediterraneo, una sfida culturale

Plastiche e microplastiche nel Mediterraneo. Il loro accumulo negli ecosistemi naturali – oltre a causare alterazioni irreversibili, in fauna e flora – rimane tuttora in attesa di idonee soluzioni. E la sfida è culturale, oltreché politica.

Microplastiche primarie e secondarie, nanoplastiche

Le microplastiche (MP) sono piccole particelle, con diametro compreso tra i 330 micrometri e 5 millimetri. In tale gruppo si distinguono come nanoplastiche (NP) le particelle di dimensioni micrometriche (<0.1 μm=100 nm). Le quali possono venire facilmente assorbite da tutti i tessuti e organi degli organismi viventi, anche a livello cellulare. E sono più difficili da analizzare, a causa delle difficoltà di prelievo della matrice.

A causa delle ridotte dimensioni le microplastiche non vengono facilmente individuate nell’uomo e nell’animale, e tendono a depositarsi in diversi ambienti terrestri. Il maggiore accumulo si registra nei bacini idrici e soprattutto nei mari. Proprio qui inizia il lungo viaggio della plastica, che nel corso degli anni degrada i materiali in pezzi sempre più piccoli. Fino a raggiungere, appunto, le scale micro- e nano-metrica. Di cui si ha certezza, quanto a entità e diffusione. In attesa di conoscerne l’effettivo impatto sulla salute del pianeta e dei suoi abitanti, a partire dagli organismi unicellulari come le microalghe.

La National Ocenic and Atmospheric Administration (NOAA, USA) distingue le microplastiche in primarie e secondarie, in base alla rispettiva provenienza:

– le MP primarie sono quelle immesse nell’ambiente già in misura micro- o nano-metrica dimensioni finali. Derivano dall’impiego di prodotti cosmetici (es. scrub ed esfolianti), lavaggio di capi sintetici, abrasione di pneumatici. Questi frammenti, a causa delle ridotte dimensioni, non possono venire filtrati dagli impianti di depurazione delle acque reflue e finiscono in mare,

– le MP secondarie sono invece quelle che si producono in mare, a causa dell’inquinamento con oggetti di plastica più grandi (es. bottiglie in plastica e altri oggetti monouso, attrezzature da pesca). I quali progressivamente degradano mediante frammentazione meccanica, degradazione microbica ed erosione (facilitata dagli agenti atmosferici).

Microplastiche, gli impatti su salute pubblica e ambiente

L’OMS ha di recente esortato la valutazione dei rischi di salute pubblica associati alla contaminazione delle acque potabili da microplastiche. Le quali fluttuano in atmosfera oltreché nelle acque, comprese quelle destinate all’agricoltura. Ed entrano a fare parte della nostra dieta, in quota non trascurabile benché finora trascurata dalle istituzioni in teoria competenti.

La Commissione europea – al pari della FDA (Food & Drug Administration) in USA, e delle altre autorità deputate alla gestione dei rischi di sicurezza alimentare e ambientale – non ha ancora affrontato il problema. Che è grave e attuale, considerati i vari livelli di tossicità delle particelle – cancerogenesi e mutagenesi, interferenza endocrina – e il loro ruolo di vettore di batteri patogeni.

Plastiche e microplastiche, la sfida culturale del Mediterraneo

Il rapporto WWF ‘Stop the flood of the plastic, How Mediterranean countries can save their sea’ indica le spiagge di Spagna, Turchia e Israele al vertice della classifica, nel Mediterraneo, per i livelli di inquinamento da plastica. (1) I rifiuti plastici sono stimati rispettivamente in 31,3 chilogrammi per ogni chilometro di costa (Turchia), 26,1 kg/km (Spagna), 21 kg/km (Israele). Sebbene il tasso medio di riciclo dei rifiuti di plastica in Europa sia superiore alla media globale (30% vs. 14-18%), esso rimane sostanzialmente inferiore rispetto a quello di altri materiali. Laddove il riciclaggio dei principali metalli industriali (acciaio, alluminio, rame, etc.) e della carta è considerato superiore al 50% (OECD, 2018).

Il caso di Israele è emblematico. Israele è il secondo Paese al mondo nel consumo di oggetti di plastica monouso. L’organizzazione ambientalista Zalul riferisce l’impiego di circa 4,5 miliardi di piatti e utensili usa e getta ogni anno. (2) Una quantità superata solo dagli Stati Uniti, la cui popolazione è peraltro 36 volte più numerosa. Ed è questo il primo aspetto su cui bisogna lavorare, seguendo la logica della scala di Lansink. Ridurre in primis, riutilizzare ed eventualmente riciclare. Tenendo a mente che gli stessi processi di riciclo stessi hanno costi non trascurabili.

La raccolta differenziata – che Israele ha attuato proprio sui materiali plastici, con relativo successo, già dal 1999, grazie a un premio economico per il conferimento di bottiglie in PET e altri oggetti – non è sufficiente. Israele è stato infatti uno dei primi Paesi al mondo a introdurre per legge, già nel 1999, un sistema di ‘extended producer responsibility’, che ha ispirato anche le apposite linee guida OECD. (3) L’associazione israeliana ELA Recycling Corporation promuove il riciclo di contenitori in plastica in Israele, con un sistema premiale, già dal 2001. Raccoglie ogni giorno 2,5 milioni di bottiglie (!) in plastica e vetro (queste ultime, attraverso un sistema a deposito) e fornisce servizi di assistenza, a produttori e importatori, per favorire l’adempimento dei rispettivi obblighi. (4)

Israele ha anticipato di quasi vent’anni alcune politiche di prevenzione e gestione dei rifiuti – che l’Europa ha adottato solo nel 2018, con il Pacchetto Economia Circolare. Nondimeno, la quota di rifiuti riciclata annualmente è ancora lontana dagli obiettivi definiti. Il problema da affrontare non è dunque solo politico, e l’associazione Zalul è in prima linea ad affrontarlo, ma soprattutto culturale. Le aziende di riciclaggio – pubbliche e private, nel Mediterraneo e in tutto il mondo – devono affrontare sia la resistenza dei cittadini ad assumere comportamenti virtuosi, sia il c.d. ‘riciclaggio aspirazionale’.

Vale a dire che le comunità devono venire educate al valore di una corretta gestione dei materiali per preservare l’ambiente, sia alla cultura dei consumi. Laddove l’aiuto a smaltire correttamente i diversi materiali – per soddisfare l’esigenza del ‘riciclaggio aspirazionale’, cioè di chi vuole contribuire a ridurre la propria impronta ecologica – è solo uno dei tasselli di un circuito che nasce dalla produzione dei materiali stessi, a partire dagli imballaggi. I quali tuttora svettano, a lunga distanza da altri utilizzi, per consumo di materiali plastici destinati a discarica.

Plastiche, imballaggi e rifiuti. La sfida culturale

Il messaggio culturale più importante è dunque quello di #Ridurre e #Riutilizzare tutto ciò che si può. E solo ove questo non sia possibile, assicurarsi di collocare ciò che residua nei contenitori giusti, affinché si possa procedere al riciclo. Secondo la scala di Lansink, o ‘gerarchia dei rifiuti’, che è appunto alla base dell’economia circolare. Tenendo sempre a mente, come dimostrato dal MIT (Massachusetts Institute of Technology) in apposito studio, che neppure la tecnologia potrà salvare il pianeta e chi lo abita dal disastro ambientale in atto. (5)

Mentre alcuni scienziati ritengono che il mondo possa raggiungere una significativa dematerializzazione attraverso miglioramenti della tecnologia, questo studio del MIT rileva che i progressi tecnologici da soli non determineranno la dematerializzazione né, in definitiva, un mondo sostenibile.

I ricercatori hanno scoperto che, quanto sia più efficiente e compatto un prodotto, i consumatori chiederanno solo più di quel prodotto e nel lungo periodo aumenteranno la quantità totale di materiali utilizzati nella fabbricazione di quel prodotto.’ (6)

#Égalité!

Dario Dongo e Ylenia Desireè Patti Giammello

Note

(1) Word Wildlife Fund for Nature, WWF (2019). Stop the flood of the plastic, How Mediterranean countries can save their sea, rapporto. Su https://wwf.be/assets/IMAGES-2/NEWS/Plastic/WWF-MMI-Report-2019-Stop-the-Flood-of-Plastic-low.pdf

(2) Zalul (‘chiaro’, in ebraico) è la prima associazione ambientalista dedicata alla protezione dei mari e dei fiumi di Israele. L’associazione venne fondata con l’obiettivo di rimuovere le gabbie di allevamento ittico che contaminavano il Golfo di Eilat, arrecando gravi danni alla barriera corallina del Mar Rosso. Da allora, la ONG ha esteso il proprio ambito di attività. Come Legambiente in Italia, Zalul raccoglie e diffonde segnalazioni di degrado ambientale, organizza manifestazioni, sensibilizza l’opinione pubblica e la politica sui valori dell’ecologia. Oltre a condurre studi scientifici, proporre iniziative legali e giudiziarie in materia ambientale

(3) OECD (2001). Extended Producer Responsibility A Guidance Manual for Governmentshttps://www.oecd-ilibrary.org/environment/extended-producer-responsibility_9789264189867-en

(4) Israele, The Deposit Law on Beverage Containers (1999, in vigore dal 2001). V. http://www.sviva.gov.il/English/env_topics/Solid_Waste/Extended-Producer-Responsibility/Pages/Beverage-Container-Deposit-Law.aspx

(5) Massachusetts Institute of Technology, MIT (2017). Technological progress alone won’t stem resource use. Researchers find no evidence of an overall reduction in the world’s consumption of materials. ScienceDaily. ScienceDaily, 19.1.17.

(6) ‘La dematerializzazione è più probabile quando l’elasticità della domanda per un prodotto è relativamente bassa e il tasso del suo miglioramento tecnologico è elevato. Ma quando [i ricercatori] hanno applicato l’equazione ai beni e ai servizi comuni utilizzati oggi, hanno scoperto che l’elasticità della domanda e il cambiamento tecnologico hanno funzionato l’uno contro l’altro: migliore era la realizzazione di un prodotto, più i consumatori lo desideravano.’ Idem c.s.

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