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Canettone e panettone, la rivoluzione necessaria

Canettone e panettone, la rivoluzione necessaria

Il panettone per cani, ‘Canettone’, viene lanciato questo Natale a un prezzo 20 volte superiore al dolce ‘umano’ della tradizione. È solo un sintomo di questa povera Italia. La rivoluzione è necessaria, e va ben oltre.

Ci si domanda come sia possibile che un panettone italiano autentico possa venire venduto a ~ 2,5 €/kg , mentre un Canettone si vende a ~ 47,2 €/kg, entrambi ‘in promozione’. Senza alcuna retorica, piuttosto qualche riflessione sul mercato e i suoi protagonisti.

Canettone, fenomeno natalizio in un mercato fiorente

La prima risposta al formidabile prezzo del dolciume per cani potrebbe di per sé tacitare ogni ulteriore dibattito, di Canettoni ce ne è uno, di Panettoni almeno 31. Ed è ovvia – se pur esecrabile – la legge di mercato che induce ad aumentare il prezzo degli oggetti più rari, abbattendo quello delle merci più diffuse.

Il Canettone è un’idea originale ma non nuova. Chi scrive (Vito Gulli) era direttore marketing di un gruppo leader nel pet food, nei primi anni ‘80, ove si faceva parecchia ricerca e sviluppo. Capitò anche di portare a casa alcuni pasticcini per cani, metterli in un bel cabaret da pasticceria e offrirli dopo pranzo ai golosi di casa. Il padre e il suocero apprezzarono molto quei cioccolatini a base lecitina di soia, salvo arrabbiarsi quando seppero che erano stati concepiti per i cani, pur essendo ‘food grade’.

A quei tempi il mercato italiano non era ancora pronto per le avanguardie ‘dolcinofile’, che invece erano già molto diffuse in Olanda e Inghilterra. Allora il mercato totale ‘dog food’ era all’80% alimentato dai ‘table scraps’, cioè gli avanzi dei pasti quotidiani dei consumatori, i quali ancora non potevano permettersi di dedicare troppe risorse ai loro animali.

Oggi invece, come si apprende sul sito dell’azienda produttrice del Canettone, le richieste sono così elevate da non potersi assicurare la consegna entro Natale. Il mercato ‘pet food’ avanza con il vento in poppa, senza tra l’altro che le autorità di controllo abbiano ancora iniziato a proteggere i consumatori dalle frodi che lo ammorbano.

Panettone, fenomeno natalizio in un mercato depresso

Il dato che deve davvero preoccupare non è il Canettone alle stelle ma il panettone alle stalle. Il dolce di Natale per antonomasia, con ingredienti di pregio nelle quantità definite per legge, a prezzi stracciati già prima delle feste.

L’offerta è ampia e la concorrenza agguerrita, c’è chi prova a distinguersi con iniziative di legittimità pure dubbia come il ‘senza lattosio, per provare a sottrarsi alla sanguinosa battaglia dei prezzi. Ma alla fine sul campo si contano le vittime, delle quali sarebbe ben meglio fare a meno.

La dittatura del prezzo costringe inevitabilmente ad abbandonare le tradizioni, abbattere la qualità delle materie prime, banalizzare i prodotti con le tecnologie disponibili. Le condizioni di lavoro peggiorano – il caso Italpizza, al di là di ogni considerazione, può trovare una chiave di lettura anche in ciò – e le fabbriche, prima o poi, saltano in aria.

Il machete del basso costo come arma da combattimento è destinato a falcidiare il tessuto produttivo alimentare, che in Italia è sostenuto da produzioni di qualità radicate sui territori, difficili quando non impossibili da convertire in economie di scala capaci di competere sui grandi numeri coi colossi di Big Food.

La droga del prezzo e i suoi pusher

In questa lotta al massacro il grande business vince sempre. O almeno crede di vincere, in una visione miope di breve periodo che è pur utile a segnare vittorie sui conti economici e premi di produzione ai dirigenti di alto rango. La droga del prezzo e la deriva finanziaria delle attività industriali e distributive hanno però effetti collaterali degni di nota.

Le pratiche commerciali sleali della GDO – a tutt’oggi impunite, nonostante gli sforzi di chi scrive (Dario Dongo) nella stesura dell’articolo 62 nel suo testo originario – e l’intensità promozionale smodata degli operatori con i polmoni finanziari più ampi stanno soffocando la produzione alimentare in Italia, costellata di decine di migliaia di imprese sul territorio.

Si innesca così un circolo vizioso di sofferenze che né il sistema pubblico né quello privato sono in grado di mitigare. Fallimenti e procedure concorsuali, chiusure di impianti, licenziamenti di operai e impiegati, crollo dell’indotto inevitabilmente comportano l’impoverimento diffuso delle masse. E quand’anche i colossi avranno avuto la meglio, pochi saranno in grado di acquistare i loro beni e servizi poiché la domanda interna sarà abbattuta.

La droga del prezzo miete dipendenze, e non è facile attribuire responsabilità ai suoi compartecipi. Le vittime entrano a far parte del vortice e diventano pusher a loro volta. Così i produttori naufragano nella spirale del basso prezzo e bassa qualità, la distribuzione partecipa con ogni strumento utile ad assorbire le proprie sacche di inefficienza – senza tuttavia riuscire a difendersi dai colossi globali dell’ecommerce.

I consumAttori a loro volta stentano ad assumere coscienza e responsabilità del loro ruolo di leva indipendente del mercato. Proprio loro, anzi noi possiamo influire in misura determinante sull’offerta. La presa di posizione dei consumAttori italiani nei confronti dell’olio di palma ha dato prova di questo potere. Altri esempi si registrano sul fronte del benessere animale, con la spinta sulle uova da galline allevate a terra. E con la democratizzazione del bio. Ma non basta.

Si salvi chi può

L’integrità della filiera. Bisogna ripartire dalla dimensione locale ed equa che produce valore sul territorio, pretendere l’etica in luogo dello sfruttamento, premiare il rispetto di ambiente e biodiversità.

Se i produttori sono responsabili della corsa al basso costo – rincorrendo la diminuzione dei costi, per poi infine delocalizzare (prima i costi, poi gli stabilimenti, e in ultimo le sedi fiscali) – i distributori, che hanno innescato lo stimolo della spirale, lo sono forse anche di più. Senza capire che loro stessi, nel focillare la battaglia dei prezzi, armano la mano del loro killer: la disoccupazione nel loro territorio, quindi la mancanza di potere d’acquisto. Scaffali pieni e casse senza file, anzi supermercati proprio vuoti. E loro, a differenza dei produttori, sono gli unici che non potranno mai delocalizzare i loro punti vendita.

La GDO persevera nel mantenere un atteggiamento troppo duro e impositivo nei confronti della filiera produttiva. Mirando essenzialmente ad abbassare i prezzi sempre più, senza considerare i ciclici aumenti – anche significativi – dei costi delle materie prime.

Tutto ciò costringe la gran parte delle aziende italiane, in prevalenza PMI e microimprese, ad affrontare costi commerciali insostenibili nel medio-lungo periodo. Se i distributori non fossero così miopi guarderebbero al di là degli obiettivi di breve termine, rinunciando a qualche margine in più per evitare di rinunciare a tutto negli anni a seguire.

Il sistema non tiene. La soffocante egemonia dei distributori – se pure entro i confini di una competizione ancora di fatto ammessa, in attesa della nuova direttiva sulle pratiche commerciali sleali – non può proseguire così, senza che il tragico scenario descritto abbia luogo.

Ci salvi chi deve

Un barlume di speranza si è intravisto in Italia a giugno scorso. Quando Federdistribuzione, Conad e altre insegne hanno siglato un Codice etico per l’acquisto dei prodotti agricoli e alimentari. In linea con gli impegni già in precedenza assunti da Coop Italia. La follia delle aste a doppio ribasso è stata così arrestata per tempo, grazie alla mobilitazione diffusa di ONG e sindacati. Ma è ancora troppo poco.

La politica deve fare la sua parte. In Europa, ove è attesa a breve – sotto la presidenza romena del Consiglio (1° semestre 2019) – la definizione della direttiva UTPs (Unfair Trading Practices), di cui l’On.le Paolo De Castro è relatore a Strasburgo. E in Italia, ove è necessario riportare in vita le prescrizioni previste dall’articolo 62 della legge 27/12 affidando i controlli all’iniziativa della Guardia di Finanza. Poiché alla politica spetta il dovere di equilibrare il tempo fra il giusto avanzare del progresso, e la necessaria ri-pianificazione del lavoro.

Nessuno dica ‘è il mercato, bellezza!’. Perché la famigerata ‘mano invisibile’ ha già mostrato le corde, anzi il cappio per tanti, troppi, tutti. La forbice della diseguaglianza sociale è divaricata come non mai, al punto da minare il fondamento stesso della società civile, l’accesso delle popolazioni alle risorse essenziali per la vita. Ed è perciò che la politica deve intervenire e rispondere, ‘è la politica, bellezza!’.

C’è poi l’Antitrust. La quale si occupa in primis di concorrenza, ma non ha ancora riscontrato la denuncia di Great Italian Food Trade, dell’aprile scorso, sulle pratiche commerciali estorsive di Amazon nei confronti dei fornitori. Si legittima così la prosecuzione degli abusi e il fiorire del giga-business che trita i lavoratori ed esporta le nostre ricchezze senza lasciare neppure un euro al nostro Erario.

La rivoluzione è necessaria e urgente, deve partire dalle coscienze di tutti. #Égalité!

Vito Gulli e Dario Dongo

Note

(1) Il testo originario dell’articolo 62, nel vietare ogni pratica commerciale iniqua della quale si forniva un elenco esemplificativo e non esaustivo, affidava alla GdF il potere d’ufficio di iniziativa, indagine e di sanzione. Ciò avrebbe consentito l’effettiva messa al bando di tali pratiche. In fase di conversione del decreto legge, tuttavia, i controlli vennero affidati in via esclusiva all’Antitrust, con il risultato di disapplicare le nuove norme, al di fuori dei soli termini di pagamento (oltretutto dilazionati, in fase di conversione del decreto legge) ivi definiti. Per approfondimenti si veda l’ebook gratuito ‘Articolo 62, una rivoluzione?’, su https://ilfattoalimentare.it/ebook-articolo62. Si veda anche https://ilfattoalimentare.it/articolo-62-regolamenti-filiera.html

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