Imballaggi

Plastica, un impegno globale contro i rifiuti

Plastica, un impegno globale contro i rifiuti

New Plastics Economy Global Commitment’NPEGC, è l’impegno collettivo su scala planetario, promosso dalla Ellen MacArthur Foundation. La visione di un’economia circolare, mirata a ridurre progressivamente la destinazione a rifiuto della plastica. O forse, solo greenwashing.

New Plastics Economy Global Commitment’, i partecipanti

Il documento NPEGC esprime la visione di un’economia circolare per la plastica a livello planetario. Mediante un impegno sottoscritto da 285 organizzazioni che rappresentano gli operatori della filiera ‘from factory to landfill’ e le associazioni a vario titolo interessate.

L’impegno viene espresso da principio, si noti bene, in termini di ‘commitment’ e non di ‘engagement’. Vale a dire in termini di adesione agli obiettivi generali, e non ancora di coinvolgimento nella concreta attuazione di mezzi idonei agli scopi. L’iniziativa è comunque utile, anzi necessaria, e merita attenzione in attesa di verificarne e misurarne gli sviluppi.

Aderiscono all’iniziativa i colossi industriali che esprimono il 20% della produzione globale degli imballaggi di plastica (es. Amcor). E alcuni produttori di materie prime, tra cui Novamont, Borealis. Oltre ai gruppi che operano nella gestione dei rifiuti, come Veolia o il gruppo italiano Hera.

I grandi utilizzatori di imballaggi plastici nei ‘Fast Moving Consumers Goods’ (FMCG) sono altresì presenti, con i marchi globali di Big Food (es. Danone, Unilever, Mars, PepsiCo, The Coca-Cola Company). E quelli di altri settori, come L’Oréal e H&M.

Tra gli stakeholders di maggior rilievo si annoverano CEFLEX (China Plastics Reuse and Recycling Association), EPRO (European Plastics Recycling and Recovery Organisation), Plastics Recyclers Europe (PRE). E una quarantina tra ricercatori ed enti accademici, ivi compresi le Università di Pavia, la Bocconi e il Politecnico di Milano.

WWF (World Wide Fund for Nature), World Economic Forum e Consumer Goods Forum (organizzazione che rappresenta circa 400 rivenditori e produttori da 70 paesi) sostengono a loro volta il ‘Global Commitment’.

La grande finanza è pure presente. Una quindicina di istituti finanziari, i quali gestiscono oltre 2,5 trilioni (cioè miliardi di miliardi) di US$, hanno costituito cinque fondi di capitale di rischio. Con uno stanziamento iniziale di 200 milioni di dollari, per favorire lo sviluppo di un’economia circolare per la plastica.

New Plastics Economy Global Commitment’, obiettivi

L’iniziativa ambisce a sviluppare un nuovo paradigma per la gestione degli imballaggi in plastica. Definendo obiettivi soggetti ad aggiornamento periodico, ogni 18 mesi.

Tre obiettivi generali sono definiti, in linea di principio, dal NPEGC:

1) eliminazione degli imballaggi in plastica ‘problematici’ o ‘inutili’, passando dal monouso a modelli di imballo riutilizzabile,

2) innovazione tesa ad assicurare che tutti i packaging in plastica possano venire riutilizzati, riciclati o compostati entro il 2025,

3) circolarità d’impiego delle plastiche, da favorire mediante incremento significativo della quota di materiali riutilizzati o rigenerati nei nuovi prodotti.

Nel dettaglio, tali obiettivi sono declinati in relazione alle attività svolte dai diversi operatori, dai governi e gli ‘endorser‘ (associazioni e istituzioni accademiche):

– ai produttori e utilizzatori di imballaggi, ivi compresi i distributori e gli operatori dell’Horeca (Hotel, Restaurant, Catering), viene richiesto di eliminare entro il 2025 tutti gli imballaggi in plastica ‘problematici’ e ‘inutili’. Oltre ad attuare misure per il passaggio dal monouso al riuso, in modo da rendere tutti gli imballaggi riutilizzabili, riciclabili o compostabili al 100%,

– i riciclatori devono accrescere la quantità e qualità della plastica riciclata, aumentando il rapporto tra la frazione destinata a riciclo e quella assegnata a discarica o inceneritore,

– i produttori di materie primedevono definire obiettivi in termini di quota minima di resine rigenerate. Nel caso delle bioplastiche, raggiungere almeno il 75% di rinnovabili.

Ai governi firmatari viene chiesto di assumere un impegno su 5 punti:

– stimolare l’eliminazione di imballaggi e prodotti in plastica problematici o superflui,

– incoraggiare modelli di riutilizzo laddove rilevanti, per ridurre la necessità di plastica monouso in imballaggio e prodotti,

– incentivare l’uso di imballaggi in plastica riutilizzabili, riciclabili o compostabili,

– aumentare i tassi di raccolta, cernita, riutilizzo e riciclaggio. Facilitando la creazione delle infrastrutture necessarie,

– stimolare la domanda di plastica riciclata.

New Plastics Economy Global Commitment’, quale attendibilità?

Il mega-carrozzone ben si presta a coprire le spalle ai grandi avvelenatori del pianeta. I quali possono trincerarsi dietro il paravento del ‘global commitment’ per negoziare compromessi sull’applicazione di regole più severe rispetto alle norme concordate su base volontaria. Una strategia classica di paravento e lobby.

Bisogna quindi analizzare l’idoneità degli obiettivi rispetto alle attuali esigenze di tutela dell’ambiente e della salute. Verificando la rilevanza degli impegni, rispetto agli obiettivi fissati, e soprattutto le eventuali lacune (gap analysis).

La trasparenza dei dati è l’unica carta su cui di fatto si gioca l’attendibilità del sistema. Poiché gli enti che sottoscrivono l’impegno si obbligano a pubblicare i bilanci annuali su quanto realizzato, si dovrà analizzare la pertinenza dei dati. Per evitare la replica di pagliacciate globali come RSPO e l’olio di palma (in)sostenibile.

Ora intanto, Greenpeace denuncia, i colossi dei Fast Moving Consumers Goods continuano ad aumentare l’impiego di plastica monouso, la cui quota di riciclo è a tutt’oggi inferiore al 10%. I rifiuti raccolti da Greenpeace Italia in sette spiagge italiane mostrano come l’80% circa della plastica ritrovata sia riconducibile a marchi come Ferrero, Nestlé, Haribo, Unilever, Coca Cola, San Benedetto.

Dario Dongo e Luca Foltran

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