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Olio di palma, la disinformazione degli accademici

Olio di palma, la disinformazione degli accademici

Anche ad Expo Milano 2015, come da antiche usanze di corruzione di civiltà e costumi, ‘PECUNIA NON OLET’. Lo dimostra l’università privata del business della Milano da bere, appena introdottasi nel dibattito sul palma per offrire uno squallido ‘imprimatur accademico’ – se di accademia si può parlare – alle posizioni che i criminali del ‘land grabbing’ hanno condiviso con i colossi globali del ‘food & drink’ e, povere loro, anche con alcune grandi industrie italiane.

Nel fare capolino a questa tragedia globale antropica – poiché provocata da sistematiche azioni di violenza fisica sulle comunità locali indigene (c.d. land grabbing) e su ecosistemi tropicali (c.d. Ecocidio), la d.ssa Antonella Mori si premura di intervenire nel dibattito per ‘non demonizzare’ la produzione di palma. Ma stiamo scherzando?

Invece di stigmatizzare il prodotto e pretendere che si smetta completamente di consumarlo, è necessario interrogarsi sulle modalità di ogni singola realtà produttiva“, si legge nel comunicato stampa della Bocconi, tag #Expoblog e ‘Dipartimento di Analisi delle Politiche e Management Pubblico’.

È un misero tentativo di disinformazione che si può ricondurre al c.d. metodo Goebbels, ribaltare cioè la logica della responsabilità e dell’onere della prova assumendo l’innocenza di operazioni criminali come assioma di base. Per fare un esempio, se si applicasse questo stesso criterio a un’altra espressione di sfruttamento neo-colonialista, quella dei ‘conflict diamonds’, non bisognerebbe ‘stigmatizzare’ il fenomeno del traffico illegale di diamanti che ha finanziato per anni le guerre dei soldati-bambino bensì limitarsi a osservare se ciascuna singola partita di pietre rechi o meno tracce di sangue puerile.

La d.ssa Mori riconosce che ‘esiste documentazione’ in cui si associano ad ‘alcune piantagioni’ di palma problemi di alloggio degli oranghi nel Borneo, come pure questioni da risolvere circa il taglio degli alberi e il lavoro minorile in Guatemala. Una falsa rappresentazione della realtà che equivarrebbe, nel caso dei ‘blood diamonds’, a dare atto del problema dell’evasione fiscale sulla vendita dei diamanti. Al preciso scopo di distrarre l’opinione pubblica dai crimini internazionali in essere, la brutale rapina delle terre nel caso del palma, gli orrori della guerra in quello dei diamanti.

Prosegue così, nel monologo preparato con cura, “non bisogna dire che siccome ci sono esperienze ove l’olio di palma ha avuto effetti negativi allora non consumiamo e non produciamo più olio di palma e smettiamo di produrre e di consumare beni che usano l’olio di palma, che sarebbe d’altronde impossibile visto che l’utilizzo è diffuso” (!). Come a dire, non possiamo rinunciare ai diamanti in arrivo dalle zone di conflitto né tantomeno ai gioielli ove essi vengano incastonati, perché … sono così diffusi! Ma siamo matti???

‘Controllare le masse senza che queste se ne accorgano’ era il motto di Edward L. Bernays, il ‘Padre della Persuasione’ ricordato sia come grande ispiratore di Josef Goebbels, ministro della propaganda di Adolf Hitler, sia come deus ex machina della straordinaria diffusione del fumo femminile in USA e nel mondo (1), e vari altri servizi all’Impero del Male.

NOT IN OUR NAMES! è il messaggio chiaro e forte che GIFT lancia ai suoi lettori e ai consumAttori del pianeta. Basta! farsi prendere in giro! Il palma è prima causa di crimini internazionali contro i diritti di popolazioni che vengono scacciate ‘manu militari’ dalle loro terre, e non a caso poi cercano salvezza sulle rotte delle migrazioni. È la prima causa di deforestazione dei pochi polmoni verdi di un pianeta ovunque altrove già devastato da cementificazione e urbanizzazione selvagge. E per giunta, fa male alla salute. Siccome è tanto facile farne a meno quanto fu a suo tempo introdurlo, Basta!

(Dario Dongo)

 

(1) Nel 1929 Bernays organizzò, nella Processione Pasquale di New York, la ‘Fiaccolata della Brigata della Libertà’, una parata di donne che fumavano in segno di liberazione. La grande copertura mediatica dell’evento, grazie anche alla ‘mano invisibile’ di Philip Morris, fece sì che da allora le donne si sentirono fiere di comburere i loro polmoni in pubblico, non da meno dei loro Marlboro man. Bernays poi sviluppò con l’AMA (American Medical Association) un modello pubblicitario tenuto in piedi per mezzo secolo, nel quale implicitamente si attribuiva un valore positivo alle sigarette anche per il benessere e la salute dei consumatori. Basti guardare le pubblicità su Life o Time, intorno alla metà del secolo scorso. Cfr. http://www.rense.com/general12/believe.htm