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Pizza napoletana e pizza romana: guida alle differenze tecniche e nutrizionali

Nel panorama gastronomico globale, il termine ‘pizza’ viene spesso utilizzato in modo generico, ma la tradizione italiana esprime due modelli produttivi profondamente diversi: la pizza napoletana e la pizza romana. La versione napoletana, protetta dal riconoscimento UNESCO, si distingue per un impasto morbido, elastico e un bordo alto e soffice (il ‘cornicione’). La pizza romana è invece caratterizzata da una base sottile e una consistenza croccante, ottenuta grazie a tempi di cottura più lunghi e all’aggiunta di olio nell’impasto.

Questa diversità non riguarda solo la forma, ma coinvolge l’intera tecnologia alimentare: dalle temperature del forno alla gestione della lievitazione. Comprendere queste distinzioni è fondamentale per consumatori e operatori internazionali per valutare correttamente la qualità, la digeribilità e il valore nutrizionale di quello che è, a tutti gli effetti, il prodotto simbolo del Made in Italy.

Il mercato globale della pizza ha registrato una crescita significativa negli ultimi anni, con particolare dinamismo nei segmenti premium legati alle tradizioni regionali italiane. Il mercato mondiale della pizza surgelata ha raggiunto i 18,92 miliardi di dollari nel 2025, con proiezioni che indicano una crescita fino a 25,54 miliardi di dollari entro il 2030, registrando un CAGR del 6,19% (Mordor Intelligence, 2026).

Nel 2025, il 58,3% del mercato delle pizze surgelate è dominato dalle varianti a base sottile – ‘thin crust’, stile ‘pizza romana’ – che vengono sempre più apprezzate per la maggiore croccantezza, il minor apporto di carboidrati e un profilo nutrizionale percepito come più equilibrato rispetto alle pizze con cornicione spesso (‘thick crust’, stile ‘pizza napoletana’. Future Market Insights, 2026).

I principali brand rispondono a questa domanda con pizze ‘premium’ a base sottile, realizzate anche con impasti integrali, multi-grain e gluten-free , intercettando sia le esigenze nutrizionali sia dei consumatori più attenti alla nutrizione, sia di quelli soggetti a restrizioni alimentari. a sua volta registrando una crescita più rapida, soprattutto tra i consumatori attenti alla dieta (IMARC Group, 2025).

A livello internazionale, l’export di pizze surgelate italiane è cresciuto in misura significativa, con incrementi particolarmente rilevanti nei mercati nordeuropei e nordamericani, dove la richiesta di prodotti autentici spinge la domanda di specialità Made in Italy (Market.us Media, 2026).

Identità e storia: il patrimonio UNESCO di Napoli e l’evoluzione di Roma

La pizza napoletana ha radici profonde nel tessuto sociale di Napoli, dove nei secoli XVIII–XIX il pane piatto condito divenne cibo popolare per le classi lavoratrici. La trasformazione della pizza da alimento di strada a simbolo gastronomico avvenne gradualmente: la celebre Margherita, creata nel 1889 in onore della Regina Margherita di Savoia dal pizzaiolo Raffaele Esposito, rappresentò un momento cruciale di legittimazione sociale (Helstosky, 2008). Le varianti marinara e margherita rappresentano oggi l’essenza della tradizione partenopea e sono riconosciute come simboli del ‘Made in Italy’ gastronomico.

Nel 2017, precisamente il 7 dicembre, l’arte del pizzaiolo napoletano è stata iscritta nel patrimonio immateriale dell’umanità dall’UNESCO, a testimonianza della sua importanza culturale e della necessità di preservare tecniche tramandate per generazioni. Il riconoscimento UNESCO ha sottolineato come ‘il know-how culinario legato alla produzione della pizza, che comprende gesti, canzoni, espressioni visuali, gergo locale, capacità di maneggiare l’impasto, esibirsi e condividere, è un indiscutibile patrimonio culturale‘ (UNESCO, 2017).

La pizza romana affonda invece le sue origini nella cultura culinaria del Lazio, evolvendosi come variante locale che privilegia una base più sottile e croccante. Storicamente, la tradizione romana della pizza al taglio si sviluppò nei forni di quartiere durante il secondo dopoguerra, quando la necessità di ottimizzare spazi e tempi favorì la creazione di teglie rettangolari con impasti più resistenti. Questa pizza si affermò nei contesti urbani, dove la rapidità nel consumo e la leggerezza del prodotto hanno giocato un ruolo importante nell’affermarsi della sua caratteristica ‘scrocchiarella‘.

La denominazione ‘pizza alla pala’, diffusa a partire dagli anni ’90, rappresenta un’evoluzione gourmet della tradizione romana, con impasti altamente idratati e lievitazioni prolungate che esaltano digeribilità e complessità aromatica.

La chimica dell’impasto: perché la pizza romana contiene olio e quella napoletana no

Una delle principali differenze tra le due pizze risiede nella composizione dell’impasto. Entrambe utilizzano tradizionalmente farina di grano tenero tipo 00 o tipo 0 – nonché semi-integrali, tipo 1 e tipo 2, in crescente diffusione- oltre ad acqua, lievito e sale, ma con proporzioni e aggiunte diverse che influenzano notevolmente le proprietà reologiche e sensoriali del prodotto finale.

Nella pizza napoletana l’impasto è molto idratato (55-65% di idratazione) e senza grassi aggiunti, risultando morbido, elastico e soffice dopo la cottura. Il disciplinare della Specialità Tradizionale Garantita (STG) prescrive l’utilizzo esclusivo di farina di tipo 0 o 00, acqua, sale marino e lievito di birra, con un processo di lievitazione che può durare dalle 8 alle 24 ore a temperatura ambiente. La lavorazione è rigorosamente manuale, con la tecnica dello ‘schiaffo’ per stendere la pasta senza schiacciare le bolle d’aria, preservando così la struttura alveolare che caratterizza il cornicione.

La pizza romana prevede un’idratazione variabile, tendenzialmente inferiore (55% circa), oltre all’aggiunta di olio extravergine d’oliva nell’impasto (2-4% sul peso della farina), per contribuire a una texture più friabile e resistente alla cottura prolungata. Inoltre, la lievitazione è spesso più lunga (24-72 ore) e a freddo (4-6°C), aumentando la complessità di sapore, la formazione di composti aromatici e la digeribilità attraverso la degradazione enzimatica di proteine e amidi complessi. Studi recenti hanno dimostrato che la fermentazione prolungata migliora la biodisponibilità dei minerali come ferro, zinco e magnesio, grazie alla riduzione dell’acido fitico (Rizzello et al., 2016; Di Cairano et al., 2020).

La grammatura delle palline di impasto è un altro elemento distintivo: mentre nella pizza napoletana si lavora con panetti di circa 200–280 grammi, nella pizza romana si utilizzano in genere porzioni più piccole (150-180 grammi) che vengono stese su superfici maggiori, ottenendo uno spessore finale inferiore al millimetro.

Il segreto del forno: temperature estreme per la sofficità vs calore moderato per la croccantezza

La stesura della pizza napoletana è rigorosamente manuale, enfatizzando la formazione di un bordo alto e alveolato (cornicione) che imprigiona aria e dà morbidezza alla struttura. Il pizzaiolo napoletano lavora l’impasto dal centro verso l’esterno, preservando la corona esterna e creando un disco di circa 30-35 cm di diametro con spessore centrale di 2-3 mm.

Per la pizza romana, la stesura può avvenire con un movimento più deciso e spesso accompagnata da un mattarello o da una pressione più uniforme, ottenendo così una base estremamente sottile (1-2 mm) e compatta, senza un cornicione pronunciato. Nella versione alla pala, l’impasto viene disteso direttamente sulla pala di legno, mantenendo una forma ovale allungata.

La cottura è un altro elemento chiave di differenziazione:

  • la pizza napoletana viene tradizionalmente cotta in forno a legna a temperatura molto elevata (circa 430–485 °C) per un tempo molto breve (60–90 secondi), permettendo al cornicione di lievitare rapidamente per espansione dei gas interni e al centro di restare morbido e succoso. La combustione del legno di faggio o quercia contribuisce al profilo aromatico caratteristico;
  • la pizza romana predilige temperature più basse (intorno ai 300–350 °C) e tempi di cottura più lunghi (spesso 4–6 minuti), che consentono alla base di asciugarsi progressivamente e diventare croccante e friabile (‘scrocchiarella’). Nei forni elettrici moderni, il controllo preciso della temperatura favorisce una disidratazione uniforme della base.

Queste tecniche riflettono in modo evidente le diverse filosofie gastronomiche: morbidezza e sofficità per la napoletana; croccantezza e struttura per la romana.

Analisi nutrizionale: calorie, grassi e digeribilità a confronto

Dal punto di vista nutrizionale, le due tipologie di pizza presentano profili differenti legati principalmente alle diverse modalità di preparazione e cottura:

  • una pizza napoletana margherita (circa 300 grammi) fornisce mediamente 800-900 kcal, con un apporto bilanciato di carboidrati (55-60%), proteine (12-15%) e grassi (25-30%), prevalentemente derivanti dalla mozzarella (Capozzi et al., 2021);
  • la pizza romana, grazie allo spessore ridotto e all’aggiunta di olio nell’impasto, presenta generalmente un contenuto calorico leggermente inferiore a parità di condimenti (700-800 kcal per porzione), con una maggiore quota di acidi grassi monoinsaturi derivanti dall’olio extravergine d’oliva, che contribuisce positivamente al profilo lipidico del prodotto (Delcour & Hoseney, 2010).

Lievitazione e salute: come il tempo trasforma il glutine in un prodotto digeribile

La lievitazione prolungata – sempre più diffusa nella produzione di pizze surgelate, che spesso ne riportano in etichetta il numero di ore – favorisce la pre-digestione di proteine complesse come il glutine e la riduzione dei carboidrati rapidamente fermentabili (FODMAPs), migliorando la tollerabilità digestiva e riducendo il gonfiore addominale post-prandiale (Gobbetti et al., 2014).

Un recente studio sulla pinsa ha dimostrato che l’utilizzo di pasta madre (‘biga’) fermentata per 48 ore con lievito e lievito naturale ha prodotto il più basso indice glicemico, il più alto contenuto di peptidi totali, aminoacidi liberi e acido gamma-aminobutirrico (GABA), oltre ai migliori indici di qualità proteica (Costantini et al., 2023). Altri studi hanno confermato che la fermentazione con pasta madre in impasti per pizza migliora significativamente la digeribilità e riduce il contenuto di FODMAPs, rendendoli più adatti a persone con sensibilità intestinale (Pontonio et al., 2025). La fermentazione lunga aumenta anche i livelli di antiossidanti nell’impasto, con incrementi fino al 100% in alcuni casi, grazie alle reazioni chimiche indotte dai lieviti che rilasciano componenti antiossidanti legati nella pasta (Moore et al., 2007).

Esperienza sensoriale: come riconoscere l’autenticità al primo assaggio

Il risultato finale delle due pizze è immediatamente distinguibile all’occhio e al palato. La pizza napoletana presenta un cornicione pronunciato e soffice, con alveolatura irregolare e un centro elastico che invita alla piega e alla condivisione. I condimenti tradizionali – come pomodoro San Marzano DOP, mozzarella di bufala campana DOP  o fiordilatte, basilico fresco e olio extravergine d’oliva – esaltano la semplicità e la freschezza degli ingredienti. La temperatura di servizio ideale (60-65°C al centro) permette di apprezzare la texture morbida senza bruciare il palato.

La pizza romana, viceversa, offre una base uniforme e sottile, dalla consistenza croccante che accompagna ogni ingrediente senza appesantirlo. La ‘scrocchiarella’ produce un caratteristico suono alla masticazione, mentre il sapore è più complesso e strutturato grazie alla lunga fermentazione. Questa caratteristica la rende adatta anche a consumi rapidi, a tranci o in contesti di street food, mantenendo la croccantezza anche dopo alcuni minuti dalla cottura.

Dal punto di vista sensoriale, analisi descrittive professionali hanno evidenziato che la pizza napoletana presenta note olfattive più intense di lievito e latticello, mentre la romana sviluppa maggiori profili tostati e note di nocciola derivanti dalla cottura prolungata.

Conclusioni

In sintesi, la scelta tra pizza napoletana e romana non è una questione di gerarchia, ma di preferenza funzionale e sensoriale. La napoletana è l’emblema della sofficità e della freschezza degli ingredienti DOP; la romana è la risposta moderna per chi cerca leggerezza e una struttura ‘scrocchiarella’. Per il mercato internazionale, questa distinzione offre straordinarie opportunità di posizionamento: saper comunicare che una pizza è ‘sottile e croccante’ (stile Roma) o ‘morbida e alveolata’ (stile Napoli) permette di rispondere con precisione alle aspettative di un consumatore sempre più informato e attento alla qualità del Made in Italy agroalimentare.

Dario Dongo

Bibliografia

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DARIO DONGO
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Dario Dongo, avvocato e giornalista, PhD in diritto alimentare internazionale, fondatore di WIISE (FARE - GIFT – Food Times) ed Égalité.

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