Pet Food

Pet food, 3 su 4 fuorilegge

Pet food, 3 su 4 fuorilegge

Pet food per intolleranze alimentari con proteine animali non dichiarate in 3 casi su 4, tra i 40 campioni esaminati dall’università di Padova. Un vero scandalo, curiosamente ‘sfuggito’ alla stampa nazionale, oltreché alle autorità di controllo.

Pet food per intolleranze alimentari

Il pet food specificamente formulato per la diagnosi e la riduzione delle intolleranze alimentari in cani e gatti consta di alimenti umidi e secchi che si distinguono per la formulazione ‘esclusiva’. Espressa con diciture quali ‘mono-proteica’ e simili.

I prodotti in questione dovrebbero venire formulati mediante rigorosa selezione delle fonti di proteine. Al preciso scopo di consentire la diagnosi e il trattamento delle intolleranze alimentari negli animali da compagnia, grazie ad apposite ‘diete a eliminazione’. 

La dieta di eliminazione si realizza infatti limitando il nutrimento a una sola fonte proteica animale, ed è consigliata ogni qualvolta si sospetti una reazione avversa al cibo. La logica è identica a quella applicata agli esseri umani, ai quali pure vengono sottratti dalla dieta casi gli alimenti sospetti di intolleranza, per osservarne gli effetti.

Alimenti monoproteici per cani e gatti, lo studio di Padova

L’Università di Padova ha di recente pubblicato, su BMC Veterinary Research, la ricerca ‘Undeclared animal species in dry and wet novel and hydrolyzed protein diets for dogs and cats detected by microarray analysis.’ (1) 

I ricercatori hanno utilizzato un kit analitico volto a identificare le proteine animali, a raffronto con il DNA di 19 diverse specie. Su una serie di referenze di pet food presentato come monoproteico, in quanto destinato a diagnosi e trattamento di intolleranze alimentari.

Solo 10 prodotti dei 40 analizzati hanno rivelato avere un contenuto conforme a quanto dichiarato in etichetta. I ‘restanti’ 30 pet food – vale a dire, il 75% del campione esaminato (!) – è invece fuorilegge. Con le seguenti peculiarità:

– 5 prodotti neppure contengono la proteina della specie animale dichiarata, (!)

– 2 etichette sono così vaghe da rendere impossibile una valutazione del loro significato,

– 23 cibi etichettati come monoproteici rivelano invece la presenza di proteine animali ulteriori, di specie diversa rispetto a quella dichiarata.

13 dei 14 marchi analizzati dai ricercatori di Padova presentano almeno un prodotto etichettato in modo difforme rispetto alla sua effettiva composizione. La presenza di proteine animali non dichiarate è stata riscontrata soprattutto negli alimenti secchi. Le fonti proteiche animali non dichiarate più ricorrenti sono maiale, pollo e tacchino.

Pet food ‘dietetico’, pericoli e responsabilità. Il fragore del silenzio

Ai ricercatori di Padova va il merito di avere portato alla luce una situazione gravissima, tenuto conto sia della straordinaria diffusione degli illeciti, sia della gravità dei pericoli che ne derivano. 3 alimenti su 4, attualmente in vendita sul mercato italiano, espongono gli animali vulnerabili al concreto pericolo di reazioni avverse. Malattie e morte. (2)

La sicurezza del pet food per la diagnosi e il trattamento delle intolleranze alimentari – al pari di quella degli alimenti dieto-terapici e di quelli specificamente formulati per celiaci, nella nutrizione umana – va verificata con peculiare attenzione al suo destino a categorie vulnerabili di consumatori. 

La presenza di fonti proteiche animali non dichiarate qualifica pertanto i prodotti monoproteici come mangimi a rischio, ai sensi del ‘General Food Law’. Ciò comporta il dovere, per gli operatori responsabili, di provvedere al ritiro commerciale immediato di tutti i lotti potenzialmente interessati, notifica ai Servizi Veterinari competenti, comunicazione pubblica del rischio con precisazione dei motivi del ritiro e codici di lotto coinvolti, distruzione delle merci salvo diverso ordine dell’autorità. (3) 

Le autorità del controllo pubblico hanno dovere di intervenire, a loro volta, a seguito di notizia del rischio di sicurezza dei mangimi. Verificata l’identità dei prodotti analizzati dai ricercatori di Padova, dovrebbero subito attivare ispezioni, campionamenti e analisi. Ordinando le azioni correttive di cui sopra, laddove gli operatori responsabili non abbiano già provveduto su loro responsabile iniziativa. Oltre a comunicare le notizie di reato alle Procure competenti.

Lo scandalo è internazionale, poiché con ogni probabilità interessa anche le Corporation che controllano il mercato. Attendiamo di conoscerne i nomi e di vedere affermata la legalità, una volta tanto, pure nel settore dei cibi per animali da compagnia. In sede penale e amministrativa, ricordando che da un paio d’anni ormai vigono le – finora inaudite – sanzioni per le etichette scorrette

Alle imprese serie lo studio padovano varrà  da monito, un segnale esterno di rischio emergente (cross-contamination). Sarà quindi utile disporre piani di verifiche analitiche sui prodotti. In ipotesi di esito positivo, analisi sulle materie prime in ingresso ed eventuale revisione del processo di qualifica dei fornitori, riesame dei pre-requisiti e dei punti critici di controllo.

Dario Dongo

Note

(1)  BMC Veterinary Research (2018) 14:209 https://doi.org/10.1186/s12917-018-1528-7. Autori Rebecca Ricci, Daniele Conficoni, Giada Morelli, Carmen Losasso, Leonardo Alberghini, Valerio Giaccone, Antonia Ricci e Igino Andrighetto

(2) Le intolleranze oltretutto, nei quadrupedi al pari dei bipedi, possono causare lo sviluppo di malattie il cui esito letale è posticipato rispetto all’assunzione delle proteine cui il soggetto è vulnerabile

(3) Cfr. reg. CE 178/02, articoli 15 e 20. L’autorità potrebbe ragionevolmente autorizzare la ri-etichettatura dei prodotti in questione, quali mangimi di uso corrente, in ottica di riduzione degli sprechi (feed waste)

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