HomeImballaggi e MOCAAddio a cestini di fragole e insalata pronta? Falso allarme

Addio a cestini di fragole e insalata pronta? Falso allarme

La proposta di regolamento UE sugli imballaggi farebbe sparire dagli scaffali dei supermercati i cestini di fragole e persino l’insalata pronta in busta, secondo Coldiretti. La quale ha così lanciato l’ennesimo (falso) allarme ‘a reti unificate’ dal palco di Tuttofood a Milano, l’8 maggio 2023.

Imballaggi alimentari monouso, restrizioni e divieti

La polemica di Coldiretti è indirizzata alla proposta di regolamento UE che aspira a promuovere la riduzione, il riutilizzo e riciclo degli imballaggi. Il progetto di PPWR, Packaging and Packaging Waste Regulation, che come si è visto ha subito raccolto critiche dall’Italia.

La proposta di PPWR prevede infatti alcune restrizioni all’uso degli imballaggi le quali comprendono una serie di divieti, tra cui il quello di utilizzare imballaggi monouso per contenere frutta e verdura fresche in quantità inferiori a 1,5 kg (PPWR, articolo 22, Allegato V).

Cestini di fragole e insalate in busta, nessun divieto

A differenza di quanto asserito da Coldiretti, il divieto in esame non si applica alla frutta e verdure fresche che vengano inserite in imballaggi monouso a fronte della ‘dimostrata necessità di evitare perdite di acqua o turgore, rischi microbiologici o urti’. E dunque:

– i cestini di fragole sono esclusi dal divieto, proprio perché necessari a proteggere i frutti dagli urti che causerebbero sprechi alimentari,

– le insalate lavate e confezionate in busta (quarta gamma) sono escluse dal divieto in quanto pronte al consumo e di conseguenza esposte a rischio microbiologico,

– altrettanto dicasi per la frutta lavata, tagliata e confezionata (quinta gamma) per ovvie esigenze di sicurezza alimentare.

Tre carote in vaschetta

Le restrizioni contenute nella proposta PPWR hanno invece il preciso significato di mettere fine all’abuso di packaging per avvolgere e vendere esigui quantità di ortofrutta fresca, senza che ne sussista alcuna ragione.

Le vaschette di plastica che contengono tre carote o un paio di finocchi, le reti di plastica per 5 limoni o 3 bulbi d’aglio, i vassoi per i fagiolini. Aberrazioni cresciute a dismisura negli ultimi decenni per inseguire il mito della facilità di acquisto.

Gli agricoltori dovrebbero essere i primi a preoccuparsi dell’uso indiscriminato di plastica, per due semplici ragioni:

– il prezzo riconosciuto agli agricoltori non cambia se le carote o i finocchi vengono messi in un’inutile vaschetta,

– le microplastiche che derivano anche da questi abusi contaminano anche le acque e i suoli, tanto da penetrare in frutta e verdura, come si è visto.

La questione dell’ortofrutta bio

Rinunciare all’imballaggio per piccoli quantitativi di ortofrutta può invece diventare un problema serio per la vendita di prodotti biologici, come spiega il grande esperto Roberto Pinton di IFOAM.

Gli alimenti biologici possono venire venduti sfusi, infatti, solo nei punti vendita certificati bio. A meno che i negozi e supermercati non certificati siano in grado di distinguere con chiarezza i prodotti bio rispetto a quelli convenzionali.

Per prevenire il rischio di assistere a un crollo delle vendite di ortofrutta bio nei negozi non certificati si sta perciò ragionando a soluzioni innovative, tra le quali primeggia la marchiatura dei frutti con raggio laser, già in uso dal 2016 nei Paesi Passi (Nature & More) e poi anche in Germania (EcoMark).

Packaging destinati a bruciare nei cementifici

Vietare i piccoli imballaggi ha un senso. Le vaschette delle fragole, per restare all’esempio, sono difficilmente riciclabili, perché leggerissime. Non sopravvivono ai processi di vagliatura per il riciclo, diventano coriandolini di scarto. Certo, hanno un elevato potenziale energetico, utile ad alimentare cementifici o centrali termoelettriche, almeno finché l’energia non sarà tutta da rinnovabili’, dice Gianluca Bertazzoli di HUB15, consulente in materia ambientale, gestione dei rifiuti e responsabilità estesa del produttore (EPR).

Eliminare i piccoli imballaggi non è un piccolo problema, è chiaro. Ma c’è poco da fare, se si vuole incidere sulla quota di packaging non riciclabile, tipicamente in plastica. Il problema tuttavia è più ampio. In Italia c’è molto malumore nei confronti di questa proposta di regolamento, perché è scritto ignorando le specificità del modello italiano, obiettivamente di successo’. Salvo appunto risultare insostenibile.

Opposizione italica dalle industrie italiane delle bioplastiche e del riciclo

L’opposizione italica alla proposta di PPWR è peraltro già nota e proviene dalle industrie delle bioplastiche e del riciclo. Ed è stata ripresa in una risoluzione approvata al Senato, il 19 aprile 2023, alla 4a commissione permanente Politiche dell’UE, sulla base delle audizioni degli stakeholders.

Il cahier de doléances invoca ancora una volta la ‘sovranità nazionale’ su una materia, la tutela dell’ambiente, che è invece oggetto di disciplina europea. Le bioplastiche, del resto, possono avere applicazioni ben più utili rispetto al banale modello di consumo di imballaggi monouso.

Marta Strinati e Dario Dongo

Marta Strinati
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Giornalista professionista dal gennaio 1995, ha lavorato per quotidiani (Il Messaggero, Paese Sera, La Stampa) e periodici (NumeroUno, Il Salvagente). Autrice di inchieste giornalistiche sul food, ha pubblicato il volume "Leggere le etichette per sapere cosa mangiamo".

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Dario Dongo, avvocato e giornalista, PhD in diritto alimentare internazionale, fondatore di WIISE (FARE - GIFT – Food Times) ed Égalité.

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