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Fiano e Fiano di Avellino DOCG, storia e regole

Il Fiano è un vitigno autoctono a bacca bianca la cui identità precede e travalica i confini della singola denominazione di origine. Distinguere la varietà botanica dalla tutela giuridica del Fiano di Avellino DOCG consente di ricostruire un percorso che unisce radici storiche documentate, diffuse tra Campania e Puglia, e una complessa architettura normativa in continuo aggiornamento. L’integrazione di dati ampelografici, analisi molecolari antifrode, evidenze pedoclimatiche e regole d’etichettatura offre uno strumento di trasparenza a tutela dei consumatori e dei buyer internazionali.

Fiano, il profilo ampelografico

La descrizione ampelografica ufficiale del Fiano è quella redatta da Violante e Ciarimboli e pubblicata dal Ministero dell’Agricoltura e delle Foreste nel 1960, oggi consultabile nel Registro Nazionale delle Varietà di Vite gestito dal Ministero dell’Agricoltura (MASAF) e dal CREA. Il rilievo fu condotto su un clone della collezione dell’Istituto Tecnico Agrario di Avellino, controllato con le viti coltivate a Lapio. Il quadro tecnico, in essenza:

  • il grappolo è piccolo o medio (10-20 cm, 70-150 g), serrato, piramidale con un’ala ben sviluppata;
  • l’acino è ellissoidale, con buccia poco pruinosa, giallo-dorata, di consistenza coriacea, polpa leggermente croccante e succo dolce e incolore;
  • la produzione è regolare ma modesta — 60-80 quintali per ettaro — e il vitigno è soggetto ad acinellatura quando piove in giugno, durante la fioritura. Teme la peronospora e risulta sensibile all’oidio. La maturazione è di terza epoca, la caduta delle foglie tardiva.

Il Registro riporta anche i sinonimi storici, che sono una mappa involontaria della diffusione antica del vitigno: ‘Fiana’ o ‘Foiano’ nella zona di Lapio, ‘Santa Sofia’ a Calitri, ‘Fiore Mendillo’ a Santeramo in Colle, ‘Latino Bianco’ a Ischia, ‘Minutola’ a Bitonto. Un vitigno campano, dunque, ma con radici documentate anche in Puglia.

Quanto al nome, il disciplinare accoglie la duplice ipotesi già formulata nel Seicento: derivazione da ‘Apia’, l’area agricola oggi corrispondente a Lapio, oppure da ‘api’, per la facilità con cui gli insetti aggrediscono i grappoli attratti dalla dolcezza degli acini. Le due spiegazioni sono a ben vedere complementari.

Otto secoli di storia documentata

La storia del Fiano non ha bisogno di leggende, poiché basata su documenti. Il più antico è un registro degli acquisti della corte di Federico II di Svevia — che regnò dal 1198 al 1250 — dove compare un ordine di tre ‘salme’ ciascuno di Greco, Grecisco e Fiano: il vitigno era dunque già allora merce di scambi commerciali. Poche decadi dopo, sempre nel XIII secolo, Carlo II d’Angiò incaricò il commissario Guglielmo dei Fisoni di reperire viti di Fiano da spedire a Manfredonia per le tenute reali. Gli studi raccolti da Antonio Calò per l’Accademia Italiana della Vite e del Vino quantificano l’operazione in 16.000 piante trasferite da Cava de’ Tirreni: non un acquisto simbolico, ma un vero programma di diffusione varietale interregionale. 

Risale invece al 5 novembre 1592 una nota indirizzata al Capitano di Montefusco, capitale del Principato Ultra, che riferisce a una gabella a favore dell’Università, pari a quattro carlini su ogni soma di vino, ottenuta per Regio Assenso. Lapio produceva, Montefusco commercializzava. Mezzo secolo più tardi Scipione Bella Bona, nei ‘Ragguagli della città di Avellino’ del 1642, descrive tre castelli avellinesi, uno dei quali nel luogo detto Apia, dove si produceva il vino Apiano, ‘per corrotta favella’ chiamato Afiano e poi Fiano.

L’Ottocento segna l’apice. La provincia di Avellino produce oltre un milione di ettolitri di vino, in ampia parte esportato: un’attività così centrale da giustificare la costruzione della prima strada ferrata d’Irpinia, presto ribattezzata ‘ferrovia del vino‘, con stazioni ancora esistenti ad Avellino e Lapio. Nel 1882 Michele Carlucci, direttore della Regia Scuola Enologica di Avellino, pubblica le osservazioni su quattordici anni di vinificazione in purezza dell’uva Fiano; la Scuola diventerà il motore tecnico della diffusione del vitigno nella media valle del Sabato.

Poi il crollo. Fillossera (un piccolo parassita che mise in crisi la viticoltura europea a partire dalla metà del XIX secolo), emigrazione e abbandono postbellico ridussero il Fiano quasi al nulla. Gli stessi Violante e Ciarimboli riferiscono che nel 1950 la coltivazione era scesa ad appena 2 ettari in coltura specializzata e 53 in coltura promiscua, per circa 1.000 quintali di uva complessivi. La causa è economica prima che fitosanitaria — bassissima produttività e modesta resa in vino (60-63%) — e il dato del catasto viticolo del 1970, 17 ettari specializzati e 10 promiscui, indica la lentezza della risalita.

Il recupero passa per il riconoscimento DOC con DPR 27 aprile 1978, l’iscrizione nel registro europeo con decorrenza 30 dicembre 1982 e l’elevazione a DOCG con DM 18 luglio 2003. Oggi il disciplinare censisce oltre 560 ettari idonei, per una produzione potenziale di 39.000 ettolitri. Il passaggio da 2 a oltre 560 ettari in settant’anni rimane, in termini quantitativi, la storia di recupero varietale più emblematica tra i vini bianchi dell’Italia meridionale.

Fiano di Avellino DOCG, il disciplinare vigente

Il disciplinare del Fiano di Avellino DOCG, consolidato nel regolamento di esecuzione (UE) 2025/1086, è composto da nove articoli. A seguire i suoi passaggi fondamentali.

Denominazione e base ampelografica

La DOCG è riservata al vino che risponde alle condizioni del disciplinare (articolo 1). Il vino deve essere ottenuto da uve di vitigno Fiano per un minimo dell’85%, con il concorso — da soli o congiuntamente, fino a un massimo complessivo del 15% — dei vitigni Greco, Coda di Volpe e Trebbiano toscano presenti nei vigneti in ambito aziendale (disciplinare, articolo 2).

Zona di produzione

La zona di produzione coincide con l’intero territorio amministrativo di 26 comuni della provincia di Avellino, su una superficie complessiva di 276 km²: Avellino, Lapio, Atripalda, Cesinali, Aiello del Sabato, Santo Stefano del Sole, Sorbo Serpico, Salza Irpina, Parolise, San Potito Ultra, Candida, Manocalzati, Pratola Serra, Montefredane, Grottolella, Capriglia Irpina, Sant’Angelo a Scala, Summonte, Mercogliano, Forino, Contrada, Monteforte Irpino, Ospedaletto d’Alpinolo, Montefalcione, Santa Lucia di Serino e San Michele di Serino (disciplinare, articolo 3).

Norme per la viticoltura

Sono idonei all’iscrizione i soli vigneti collinari di buona esposizione, con esclusione dei fondovalle umidi e poco soleggiati, ed è vietata ogni pratica di forzatura. Reimpianti e nuovi impianti richiedono allevamento verticale con densità non inferiore a 2.500 ceppi per ettaro. 

La resa massima è di 10 tonnellate di uva per ettaro, con tolleranza del 20% da ricondurre comunque nei limiti, e il titolo alcolometrico volumico minimo naturale delle uve è dell’11,00% vol. La Regione Campania può ridurre annualmente le rese rivendicabili su proposta del Consorzio. 

La modifica del 2020 ha inoltre aperto all’irrigazione di soccorso, motivandola espressamente con i cambiamenti climatici e le crescenti condizioni di stress idrico e termico: è la disposizione che meglio segnala l’adattamento della denominazione al nuovo scenario (disciplinare, articolo 4).

Norme per la vinificazione

Vinificazione ed elaborazione — non anche l’imbottigliamento — devono avvenire nell’ambito del territorio amministrativo della provincia di Avellino. 

Sono ammesse le sole pratiche enologiche leali e costanti, e la resa massima dell’uva in vino finito è del 70%: oltre tale soglia decade il diritto alla denominazione per l’intera produzione. 

Per la tipologia Riserva l’invecchiamento minimo è di 12 mesi a decorrere dal 1° novembre dell’anno di vendemmia (disciplinare, articolo 5).

Caratteristiche al consumo

I parametri chimico-fisici e organolettici sono fissati per ciascuna tipologia (disciplinare, articolo 6). La tabella che segue li riepiloga insieme ai tempi di affinamento previsti dall’articolo 5 e dalla modifica unionale del 2025.

Tipologia Titolo alc. tot. min. Estratto non riduttore min. Acidità totale min. Affinamento minimo Profilo al consumo
Fiano di Avellino 11,50% vol 16,0 g/l 5,0 g/l non previsto giallo paglierino più o meno intenso; odore gradevole, intenso, fine, caratteristico; sapore secco, fresco, armonico
Fiano di Avellino Riserva 12,00% vol 17,0 g/l 5,0 g/l 12 mesi dal 1° novembre dell’anno di vendemmia giallo paglierino più o meno intenso; odore gradevole, intenso, fine; sapore secco, fresco, armonico
Spumante Metodo Classico n.d. nelle fonti consultate n.d. n.d. 18 mesi dal tiraggio spuma fine e persistente; sentore delicato di lievito; da dosaggio zero a dolce
Spumante Metodo Classico Riserva 12,00% vol 16,0 g/l 6,0 g/l 36 mesi dal tiraggio spuma fine e persistente; odore caratteristico con delicato sentore di lievito; sapore fine e armonico, da dosaggio zero a dolce

Il documento unico e i decreti consultati riportano i parametri analitici della sola versione Riserva dello Spumante; per la tipologia base è verificato l’obbligo del metodo classico e il termine di 18 mesi dal tiraggio.

Etichettatura e designazione

La denominazione può essere accompagnata dalla menzione tradizionale di origine classica ‘Apianum‘, in caratteri non superiori alla metà di quelli della DOCG. È altresì ammessa la menzione ‘vigna‘ seguita dal toponimo, a condizione che vinificazione e conservazione avvengano in recipienti separati e che la menzione figuri nella denuncia delle uve, nei registri e nei documenti di accompagnamento. 

È vietata ogni qualificazione aggiuntiva non prevista — extra, fine, superiore, scelto, selezionato, classico — mentre l’indicazione dell’annata è obbligatoria. L’immissione al consumo è consentita solo in bottiglie o recipienti di vetro fino a 5 litri, muniti di contrassegno di Stato, con tappo raso bocca; il tappo a vite è ammesso solo fino a 0,187 litri (disciplinare, articolo 7).

Legame con l’ambiente geografico

Geologia, pedologia, clima e storia della denominazione sono raccolti nella sezione più densa del testo, dalla quale proviene gran parte dei dati ripresi nel paragrafo sui terroir (disciplinare, articolo 8).

Struttura di controllo

L’organismo autorizzato dal Ministero è Rina Agrifood (già Agroqualità S.p.A.), che effettua la verifica annuale su viticoltura, elaborazione e confezionamento, con metodologia combinata sistematica e a campione lungo l’intera filiera (disciplinare, articolo 9).

Integrazione del Metodo Classico nel disciplinare

Le tipologie Spumante e Spumante Riserva, introdotte a livello nazionale con i decreti del 2021, hanno completato l’iter di riconoscimento a livello UE solo il 2 giugno 2025. Devono essere ottenute esclusivamente per rifermentazione in bottiglia secondo il metodo classico, e il processo di elaborazione e affinamento a partire dal tiraggio non può essere inferiore a 18 mesi per lo Spumante e a 36 mesi per la menzione Riserva. Il disciplinare motiva la scelta con la diffusione, nell’ultimo decennio, dell’elaborazione di spumanti a base Fiano in provincia di Avellino.

Quattro terroir, un solo vitigno

Il disciplinare individua quattro aree di elezione con profili distinti, ed è raro che un testo normativo si spinga a tanto:

  • Lapio — vini ricchi di struttura, con doti non comuni di acidità e mineralità; la connotazione aromatica li avvicina a veri vini di montagna;
  • Summonte — terreni difficili da lavorare; vini potenti e concentrati, con corredo fruttato marcato e profilo poco minerale;
  • Montefredane — collina argillosa e cretosa che esalta le note minerali; longevità ormai dimostrata;
  • Fascia collinare a est di Avellino — terreni sabbiosi che regalano note di nocciola tostata e un carattere affumicato di origine non minerale; vini pronti nel medio periodo.

Sul piano geologico l’areale è dominato da litologie calcaree e calcareo-marnose, su cui poggiano depositi quaternari di origine prevalentemente vulcanica e alluvionale. I suoli prevalenti sono Vertisuoli e Cambisuoli a tessitura fine, con presenza possibile di Calcisuoli e Andosuoli. Il tenore di argilla può raggiungere il 50% della terra fina, e il disciplinare ne segnala l’effetto enologico positivo: durante la siccità estiva consente una maturazione più regolare e un buon mantenimento dell’acidità. Notevole anche la dotazione di potassio (K₂O scambiabile tra 250 e 980 mg/kg, medie di 450-500) e di magnesio scambiabile (110-940 mg/kg), quest’ultimo con azione positiva su lignificazione e caratteri organolettici.

L’indice di Winkler della superficie vitata — che misura la disponibilità di calore di una zona durante il periodo vegetativo della vite — oscilla tra 908 e 2.136, con media 1.836. Le precipitazioni sfiorano i 1.100 mm annui, ma oltre il 70% cade tra autunno e inverno e l’estate riceve in media il 6% del totale: sono le escursioni termiche estive, non la piovosità, a fare la differenza.

Tecniche enologiche e marcatura biomolecolare della varietà

La raccolta avviene di norma tra la terza decade di settembre e la seconda decade di ottobre. La varietà cede poche sostanze fenoliche, e questo consente una pluralità di approcci: dalla spumantizzazione alla vinificazione tradizionale in acciaio a temperatura controllata, fino all’affinamento in legno per profili più strutturati.

La forma di allevamento prevalente è oggi la spalliera con potatura a guyot o cordone speronato, che nell’ultimo trentennio ha progressivamente soppiantato l’antico ‘Sistema Avellinese’. Il sesto d’impianto più frequente per i nuovi impianti è 2,40 × 1,00 metri.

Sul piano della composizione, uno studio di Carpentieri e colleghi pubblicato su Heliyon nel 2019 ha confrontato mediante SPME/GC-MS i profili volatili di Fiano, Greco e Falanghina durante la maturazione, mostrando che il pattern biomolecolare del Fiano è nettamente distinto rispetto agli altri due, i quali invece tendono a sovrapporsi sotto alcuni aspetti. Lo stesso gruppo aveva ottenuto il medesimo risultato sul piano proteomico. È un dato con ricadute pratiche: la tipizzazione varietale su base molecolare è uno strumento antifrode per le DOP.

L’evoluzione in bottiglia porta lo sviluppo di note di miele, cera d’api, frutta secca e idrocarburi, queste ultime riconducibili ai norisoprenoidi di tipo TDN, tratto condiviso con i grandi bianchi di montagna.

Analisi dei dati produttivi e proiezioni di mercato

Sul Fiano di Avellino circolano stime non verificabili, e vale la pena distinguere ciò che è documentato da ciò che non lo è.

Il dato di denominazione più solido è quello della banca dati Qualigeo della Fondazione Qualivita, alimentata dal Rapporto Ismea-Qualivita: 394 ettari e una produzione imbottigliata di 13.637 ettolitri, pari a circa 1,82 milioni di bottiglie da 0,75 litri. 

Rapportato alla superficie, l’imbottigliato vale meno di 35 ettolitri per ettaro, contro un tetto teorico di 70 che deriva dal combinato disposto tra resa massima in uva e resa massima in vino: la denominazione lavora molto al di sotto dei propri limiti regolamentari, coerentemente con la bassa produttività già rilevata dagli ampelografi negli anni Cinquanta. Parte dello scarto si spiega anche con i tempi di affinamento e con la cessione di sfuso ad altri imbottigliatori.

Oltre a questo, il territorio scoperto è ampio. Il Consorzio non ha aggiornato la propria serie disaggregata oltre la vendemmia 2020; il report Valoritalia aggiornato al 31 dicembre 2025, che pure copre 219 denominazioni e oltre il 60% dei volumi certificati nazionali, non pubblica il dettaglio per singola DOCG. 

Sull’export non esistono statistiche ufficiali disaggregate per denominazione. Il riferimento regionale più recente, elaborato su base ISTAT, indica per il 2025 esportazioni di vino delle imprese campane pari a 47 milioni di euro, in crescita del 12%, in un anno in cui l’export vinicolo italiano è arretrato del 4% attestandosi a 7,779 miliardi: la Campania si colloca tra le regioni minori ma in espansione, accanto a Friuli Venezia Giulia (+8%) e Puglia (+6%), mentre arretrano Trentino Alto Adige (-8%) ed Emilia Romagna (-7%). Quei 47 milioni riguardano però l’intero comparto vinicolo campano, non la denominazione irpina.

Sul fronte DOP, il XXIII Rapporto Ismea-Qualivita (2025) registra per il 2024 un valore del vino imbottigliato DOP e IGP stabile a 11,04 miliardi di euro e un export delle indicazioni geografiche vinicole oltre i 7 miliardi per la prima volta.

Quanto al biologico, il rapporto Bio in cifre 2025 di Ismea-SINAB documenta per il 2024 una SAU biologica nazionale oltre i 2.514.596 ettari (+2,4%), pari al 20,2% della SAU, con superficie vitata biologica sostanzialmente stabile a 132.441 ettari. La Campania è tra le regioni con la crescita più marcata dell’anno e tra le sette che hanno già superato il target UE del 25% di incidenza. Anche qui, peraltro, non esiste un dato pubblico disaggregato sulla quota biologica della sola DOCG Fiano di Avellino.

Criteri di abbinamento e valorizzazione organolettica

Il Consorzio propone una lettura per fasi evolutive che è più utile della solita lista.

In gioventù, la freschezza rende il Fiano compagno di piatti a spiccata tendenza dolce: spaghetti con le alici, pesce al forno su letto di patate. Con gradazioni più elevate, che accentuano la sensazione pseudocalorica, reggono le zuppe di pesce. L’acidità lo rende particolarmente adatto alla mozzarella di bufala campana DOP, meglio se poco salata, e di conseguenza a pizze e calzoni.

Con la Riserva o con annate più addietro, la maggiore sapidità apre a frittura di pesce, pizze fritte e mozzarella in carrozza. Nel caso di passaggio in legno, che regala morbidezza e struttura, si possono affrontare piatti più ricchi, in grado di sostenere anche una percettibile tendenza acida o amarognola.

Restano validi i classici: spaghetti alle vongole veraci, dove la cremosità da risottatura trova nel Fiano un interlocutore che esalta il profumo di mare senza sovrapporsi, e i paccheri con ricotta e limone, in cui l’acidità citrica dialoga con la freschezza del vino. Il nuovo Spumante Metodo Classico apre invece a un terreno di abbinamento ancora inesplorato, dai crudi di mare al fritto misto irpino.

Trasparenza in etichetta e tutela dalle asserzioni ingannevoli

Per l’acquirente professionale, alcuni elementi aiutano a distinguere l’autentico Fiano di Avellino DOCG:

  • l’annata è obbligatoria, fatte salve le tipologie Spumante non millesimate.
  • il contrassegno di Stato è obbligatorio su ogni recipiente;
  • ‘Apianum‘ è una menzione tradizionale legittima;
  • ‘Vigna‘ seguita dal toponimo indica vinificazione e conservazione in recipienti separati e iscrizione nell’elenco regionale: è una garanzia di selezione parcellare, non un vezzo grafico.
  • aggettivi come superiore, classico, selezionato sono espressamente vietati dal disciplinare.
  • la Riserva implica almeno 12 mesi dal 1° novembre della vendemmia, 12,00% vol e un estratto di 17 g/l: è un profilo tecnicamente diverso, non solo un vino conservato più a lungo.

Sul fronte ambientale, l’unica asserzione oggi verificabile con un atto pubblico è la certificazione biologica ai sensi del regolamento (UE) 2018/848, riscontrabile presso l’organismo di controllo indicato in etichetta. Preferire un Fiano biologico significa scegliere un metodo di produzione normato e sottoposto a controllo di terza parte, con esclusione di erbicidi e fitosanitari di sintesi. Ogni altra dicitura — ‘naturale’, ‘a basso impatto’, ‘in armonia con la natura’ — non ha oggi un riconoscimento unionale specifico per il vino e va documentata direttamente presso l’azienda. La direttiva (UE) 2024/825 ha del resto ristretto sensibilmente lo spazio delle asserzioni ambientali.

Conclusioni

Il Fiano è una varietà che sopravvive a se stessa due volte: alla fillossera e all’abbandono economico. Due ettari specializzati nel 1950, oltre 560 oggi nella sola area DOCG. Il Fiano di Avellino DOCG ne è la custodia giuridica più stretta, e nel giugno 2025 ha completato un’evoluzione significativa con l’ingresso a pieno titolo del metodo classico nel disciplinare.

I numeri restano quelli di una denominazione piccola — meno di due milioni di bottiglie, meno di 400 ettari certificati — in una regione il cui export vinicolo complessivo non arriva a 50 milioni di euro. È esattamente questa scala che rende il posizionamento qualitativo l’unica strategia razionale.

Dario Dongo

Credit cover Consorzio Tutela Vini d’Irpinia

Riferimenti

Fonti normative

Commissione europea. (2021, 22 febbraio). Pubblicazione della comunicazione di approvazione di una modifica ordinaria al disciplinare di produzione di un nome nel settore vitivinicolo — ‘Fiano di Avellino’ PDO-IT-A0232-AM02. Gazzetta ufficiale dell’Unione europea, C 61, 23-26. https://eur-lex.europa.eu/legal-content/IT/TXT/PDF/?uri=CELEX:52021XC0222(03)

Commissione europea. (2025, 2 giugno). Regolamento di esecuzione (UE) 2025/1086 relativo all’approvazione di una modifica unionale del disciplinare della denominazione di origine protetta ‘Fiano di Avellino’ a norma del regolamento (UE) 2024/1143. GU L, 2025/1086, 3.6.2025. https://eur-lex.europa.eu/eli/reg_impl/2025/1086/oj

MASAF — Ministero dell’Agricoltura, della Sovranità alimentare e delle Foreste. (s.d.). Disciplinare consolidato della DOP ‘Fiano di Avellino’. https://www.masaf.gov.it/flex/cm/pages/ServeAttachment.php/L/IT/D/4%252F8%252Fc%252FD.552926678bc521e18f78/P/BLOB%3AID%3D17531/E/pdf?mode=download

Registri e banche dati ufficiali

Fondazione Qualivita. (s.d.). Fiano di Avellino DOP. Qualigeo. https://www.qualigeo.eu/prodotto-qualigeo/fiano-di-avellino-dop/ 

MASAF & CREA. (s.d.). Fiano — Scheda ampelografica [descrizione di C. Violante e U. Ciarimboli, in Principali vitigni da vino coltivati in Italia, Vol. I, 1960]. Registro Nazionale delle Varietà di Vite. http://catalogoviti.politicheagricole.it/scheda.php?codice=081 

Regione Campania. (s.d.). Vini della Campania — Fiano di Avellino. https://agricoltura.regione.campania.it/viticoltura/fiano.html 

Rapporti e statistiche di settore

I Numeri del Vino. (2026, 5 maggio). Esportazioni italiane di vino per regione e tipologia — aggiornamento 2025 [elaborazione su dati ISTAT]. https://www.inumeridelvino.it/2026/05/esportazioni-italiane-di-vino-per-regione-e-tipologia-aggiornamento-2025.html 

Ismea. (2025, 26 novembre). Rapporto Ismea-Qualivita: Dop economy da 20,7 miliardi e +25% dal 2020. https://www.ismea.it/flex/cm/pages/ServeBLOB.php/L/IT/IDPagina/13512

Ismea & SINAB. (2025, dicembre). Bio in cifre 2025. https://sinab.it/wp-content/uploads/2025/12/Rapporto-BIC-ISMEA-2025-web_17_12.pdf 

Valoritalia. (2026, 28 luglio). Annual report Valoritalia 2026. https://www.valoritalia.it/annual-report-valoritalia-2026/ 

Letteratura scientifica peer-reviewed

Carpentieri, A., Sebastianelli, A., Melchiorre, C., Pinto, G., Staropoli, A., Trifuoggi, M., & Amoresano, A. (2019). Mass spectrometry based proteomics for the molecular fingerprinting of Fiano, Greco and Falanghina cultivars. Food Research International, 120, 26-32. https://doi.org/10.1016/j.foodres.2019.02.020 

Carpentieri, A., Sebastianelli, A., Melchiorre, C., Pinto, G., Trifuoggi, M., Lettera, V., & Amoresano, A. (2019). Fiano, Greco and Falanghina grape cultivars differentiation by volatiles fingerprinting, a case study. Heliyon, 5(8), e02287. https://doi.org/10.1016/j.heliyon.2019.e02287 

Fonti consortili e territoriali

Consorzio Tutela Vini d’Irpinia. (2026). Fiano di Avellino DOCG. https://consorziovinidirpinia.it/vini/fiano-di-avellino-docg-vino/ 

DARIO DONGO
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Dario Dongo, avvocato e giornalista, PhD in diritto alimentare internazionale, fondatore di WIISE (FARE - GIFT – Food Times) ed Égalité.

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