Dieta Mediterranea

Dieta mediterranea da ricchi

Dieta mediterranea da ricchi

Dieta mediterranea da ricchi, mangiare bene è un lusso

La dieta mediterranea riduce il rischio di malattia cardiovascolare. Ma tale beneficio sembra riservato alla popolazione più istruita e ricca. Il ceto con minor reddito e livello inferiore di istruzione invece – pur seguendo, a grandi linee, lo stesso schema alimentare – risulta più esposto ai rischi cardiovascolari. È quanto emerge dall’ampia ricerca scientifica condotta in Molise, pubblicata a luglio 2017.

La media di Trilussa

La relazione tra i benefici della dieta mediterranea e le condizioni socio-economiche è al centro dello studio realizzato nell’ambito del progetto Moli-Sani (1), pubblicato sull’International Journal of Epidemiology. (2)

I ricercatori hanno monitorato per 4,3 anni le abitudini alimentari e le condizioni di salute di quasi 19mila persone. Rilevando 256 casi di malattie cardiovascolari.

Esaminando i risultati alla luce delle diverse condizioni di istruzione e reddito, è stato concluso che:

– la riduzione del 15% del rischio di contrarre malattie cardiovascolari, infarti o ictus è attribuita ogni due punti di maggiore aderenza alla dieta mediterranea,

– tale beneficio è distribuito in modo impari nella società.

Il vantaggio dell’istruzione

A parità di aderenza alla dieta mediterranea, le persone con livello di istruzione più alto (laurea e oltre) ottengono una riduzione del rischio cardiovascolare del 56%. La protezione si azzera invece in quelle con studi interrotti con la maturità o alla terza media“, spiega Marialaura Bonaccio, ricercatrice del Dipartimento di Epidemiologia e Prevenzione al Neuromed di Pozzilli.

Reddito e salute a tavola

La discriminazione è ancora più marcata assumendo come parametro il reddito annuo per nucleo familiare. A parità di livello di adesione allo schema della dieta mediterranea, la protezione dalle patologie cardiovascolari è marcata (61%) negli individui con reddito superiore a 40mila euro, pressoché nulla nelle due altre fasce reddituali considerate (fino a 25mila e tra 25mila e 40mila euro).

Le differenze a tavola

Secondo lo studio, la dieta più benefica per la salute cardiovascolare si caratterizza per i maggiori apporti di grassi monoinsaturi, vitamina D, calcio e fibre. Tradotto in abitudini a tavola, i più ricchi e istruiti consumano più spesso pesce (che, come è noto, svolge un ruolo importante nella prevenzione delle malattie cardiovascolari) e meno carne. Variano maggiormente il tipo di verdura, mangiano più frutta e frutta secca.

L’incidenza di alimenti biologici e integrali

Tra le differenze che emergono nelle abitudini alimentari dei gruppi esaminati si nota una maggiore propensione al consumo di alimenti biologici (lo studio ha considerato solo frutta e verdura) – senza entrare nel merito dei benefici da altri dimostrati – e cibi integrali (soltanto pane) nelle classi più istruite e facoltose. Ma i dati non sono eclatanti. Solo il 5% dei più istruiti (l’1,9%, nella fascia di istruzione inferiore) sceglie frutta e verdura bio e il 25% (13,4%) dichiara di consumare del salutare pane integrale.

Il metodo di cottura dei cibi

Nei principi per una sana alimentazione un ruolo di rilievo va anche al metodo di cottura degli alimenti, più salutari se bolliti o stufati, meno se fritti o grigliati. Il rispetto di queste indicazioni è risultato massimo nella popolazione in condizioni socioeconomiche migliori nella preparazione delle verdure, che possono conservare così una maggiore quantità di antiossidanti. Tra gli individui più danarosi, tuttavia, spicca la cattiva abitudine di friggere e grigliare: due sistemi ad alta temperatura che producono composti infiammatori associati proprio a un maggior rischio cardiovascolare.

Focus sulla qualità degli alimenti

Lo studio non indaga la qualità (men che meno la marca commerciale) degli alimenti consumati dal campione osservato. Conduce però a ipotizzare che numerose famiglie siano costrette a ridurre il consumo di cibi più costosi (3) e ad acquistare alimenti consigliati dalla dieta mediterranea ma di bassa qualità, ovvero con ridotto valore nutrizionale. Frutta e verdura meno fresche (con ridotto contenuto di antiossidanti), olio extravergine di oliva meno buono, per esempio. Merita un’annotazione il fatto che tali dati emergano tra la popolazione residente in Molise, una regione ancora legata alla tradizione alimentare italiana, con una discreta produzione agricola che facilita i consumi “a km zero”. Quale sarà lo scenario nelle metropoli italiane?

La ridotta accessibilità al buon cibo cardine della dieta mediterranea non sfugge ai ricercatori, che nelle conclusioni invocano l’azione di misure per un equo accesso al cibo salutare. Chiosa Marialaura Bonaccio: “Rispettare la raccomandazione di consumare 5 porzioni di frutta e verdura per una famiglia di quattro persone corrisponde a 20 porzioni al giorno. E la qualità costa più dei prodotti proposti su larga scala”.

Un dato di fatto, che rischia di allontanare sempre più famiglie da una dieta mediterranea da ricchi.

Marta Strinati

Note

(1) Il progetto Moli-Sani monitora le condizioni di salute in relazione alle abitudini alimentari di 25mila persone, tutte residenti in Molise. Questa platea riflette la popolazione generale, e tra il 2005 e il 2010 è stata sottoposta ad esami medici e interviste per rilevarne le abitudini alimentari, lo stile di vita (fumo, esercizio fisico) e le condizioni socio-economiche (reddito e istruzione). Per l’analisi dell’impatto dello status socio-economico sugli effetti della dieta mediterranea, la ricerca ha preso in esame un campione ridotto, composto di 18.991 individui, maschi e femmine, di età superiore ai 35 anni. Sono stati esclusi tutti i soggetti già interessati da diabete e malattie cardiovascolari.

(2) High adherence to the Mediterranean diet is associated with cardiovascular protection in higher but not in lower socioeconomic groups: prospective findings from the Moli-sani study. Abstrac disponibile on line

(3) L’impoverimento della dieta degli italiani era stato già evidenziato nel 2016 dal Censis, che indicava una contrazione sui consumi di pesce del 36% per gli italiani meno abbienti e del 13% in quelli in migliori condizioni economiche.

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