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Produzione riso, patrimonio italiano

La produzione di riso italiano trova la sua maturità nel primo trentennio del ‘900, con le famiglie di braccianti e mondine, in una pagina di storia lontana solo all’apparenza. Nelle regioni del Nord, coltivando tipi di riso diversificati, ogni mondina procedeva ad estirpare erbe dannose e parassiti dalle piante cantando “Bella Ciao“, la canzone che sarebbe poi diventata, con testo differente, bandiera della Resistenza italiana.

Erano i tempi in cui venivano impiegate 500 persone per una decina di ettari e la produzione di riso veniva elaborata in “anfiteatri“, metodo ormai abbandonato in Europa (ma non in Cina). Dove prima lavoravano le mani è arrivata la tecnologia: nuovi macchinari, idee, studi genetici e incroci su tipi di risi specifici e tecniche di produzione moderne hanno soppiantato il passato. Parte del merito va attribuito ad Antonio Tinarelli (1922 – 2014), capace a cavallo tra anni ’60 e ’70 di creare originali specie, diversificando la produzione.

L’odierna produzione di riso del Belpaese ha mantenuto qualità elevatissime, garantendo il minimo impiego registrato (o assenza) di residui di fitofarmaci su tutto il suolo europeo, dimostrando come una produzione massiva possa ugualmente andare incontro all’agricoltura biologica e sostenibile.

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