Le pesche (Prunus persica L. Batsch) italiane sono l’emblema dell’estate mediterranea e un’eccellenza globale, eppure la filiera si trova oggi a un bivio. Al di là della tenuta produttiva registrata nell’ultima campagna, rispetto ai concorrenti europei, il comparto affronta un’emorragia strutturale che ha quasi dimezzato i frutteti nazionali nell’arco di vent’anni.
La salvaguardia di questo patrimonio agroalimentare si gioca oggi su due fronti decisivi: strumenti fisici di protezione degli alberi dalle anomalie climatiche e valorizzazione del biologico e dei sistemi a Indicazione Geografica Protetta (IGP). Lo sviluppo della ricerca sui benefici per la salute e sull’economia circolare potrebbero altresì risultare utili.
Le pesche italiane nel contesto di mercato europeo
L’Italia è il secondo produttore di pesche e nettarine nell’Unione Europea, dopo la Spagna. I dati Eurostat relativi al 2024 confermano la concentrazione del comparto: Spagna (37%), Italia (33%) e Grecia (21%) hanno rappresentato insieme il 91% della produzione UE di pesche, con un raccolto italiano in crescita del 2% rispetto al 2023 (Eurostat, 2025).
Nella campagna 2025 l’Italia è stata l’unico tra i grandi player europei a non subire una contrazione del raccolto: la produzione italiana di pesche, nettarine e percoche è stimata in circa 930.000 tonnellate, in lieve aumento (+0,5%) rispetto al 2024. L’offerta europea complessiva è invece scesa a circa 3,2 milioni di tonnellate (–7% sul 2024, –5% sul 2023), penalizzata dal gelo, dalle piogge e dalle grandinate in fioritura che hanno colpito la Spagna (circa 1,4 milioni di tonnellate, –5%), la Grecia (circa 600.000 tonnellate, –19% per pesche e nettarine) e la Francia (circa 236.000 tonnellate) (ISMEA, 2025a).
Le proiezioni USDA per la campagna 2025/26 indicano una superficie UE a pesche e nettarine in flessione, attorno ai 182.500 ettari, per una produzione di circa 3,1 milioni di tonnellate (USDA FAS, 2025).
I flussi commerciali esteri e le dinamiche dei prezzi all origine
Il 2024 ha segnato una netta ripresa dell’export italiano: circa 118.000 tonnellate (+37% sul 2023) per un valore di quasi 161 milioni di euro (+26%), con una bilancia commerciale in attivo per 13,4 milioni di euro. Le nettarine pesano per il 69% dell’export, le pesche per il 27% e le piatte per il 4%; i mercati principali sono Germania, Francia, Austria, Svizzera e Regno Unito (ISMEA, 2025a). Nel 2025 le esportazioni verso i mercati europei sono proseguite a ritmo sostenuto e a prezzi più alti, complice la minore offerta spagnola e greca: la bilancia commerciale si conferma ampiamente positiva in volume e in valore.
Sul fronte dei prezzi all’origine, la prima parte della campagna 2025 è stata caratterizzata da quotazioni in crescita: per le pesche a polpa gialla, a luglio 2025 il prezzo medio nazionale si è attestato intorno a 0,95 euro/kg, il 12% in più rispetto a luglio 2024 e il 7% in più rispetto alla media del triennio 2022-2024 (ISMEA, 2025a).
Il bilancio ventennale delle superfici e le nuove abitudini di acquisto
La superficie dedicata alla peschicoltura italiana è in contrazione strutturale. I dati ISTAT 2024 indicano una superficie complessiva nazionale (impianti in produzione e non) di circa 55.130 ettari — il 69% a pesche e percoche, il 31% a nettarine — di cui circa 53.900 effettivamente in produzione; il dato è in calo dell’1,8% sul 2023 e del 5,7% sul 2021 (ISMEA, 2025a). Lo sguardo di lungo periodo è ancora più netto: la superficie a pesche e nettarine era di circa 93.500 ettari nel 2006. Considerando il solo pesco in senso stretto, gli ettari coltivati sono passati da 64.553 nel 2003 a 36.692 nel 2024 (–43%), con uno spostamento del baricentro produttivo verso il Sud.
La filiera resta concentrata: il 60% dei raccolti proviene da tre regioni — Campania (33%), Emilia-Romagna (14%) e Sicilia (13%) — con un quarto della superficie nazionale localizzato nella sola provincia di Caserta. Il declino è attribuibile a competizione internazionale, gelate tardive ricorrenti, carenza di manodopera stagionale, nuove fitopatie e conversione verso colture più redditizie.
I consumi mostrano una forte stagionalità: tra giugno e settembre si concentra il 90% degli acquisti annuali. Cresce la quota di prodotto confezionato, salita al 26% delle vendite nel 2024 (era il 21% nel 2020); nel 2025 la spesa delle famiglie è aumentata del 4%, trainata dai prezzi medi al dettaglio più elevati (ISMEA, 2025a).
Le radici storiche della drupa, dalla Cina al Rinascimento
Le origini orientali
Contrariamente a quanto suggerisce il nome botanico Prunus persica, il pesco non è di origine persiana bensì cinese. Le evidenze archeologiche collocano la sua domesticazione in Cina, con semi rinvenuti nella provincia dello Zhejiang risalenti a oltre 7.500 anni fa. Nella mitologia taoista la pesca simboleggiava l’immortalità, associata alla leggenda di Xiwangmu, la Regina Madre dell’Ovest. Dal suo habitat originario il pesco migrò verso ovest lungo la Via della Seta, raggiungendo la Persia e poi la Grecia intorno al III secolo a.C.
Furono i Romani a diffonderne la coltivazione in Europa, attribuendogli il nome che ne richiamava la presunta provenienza persiana. Plinio il Vecchio, nella Naturalis Historia, ne documenta la presenza in Italia già nel I secolo d.C.; un affresco proveniente da Ercolano, oggi al Museo Archeologico Nazionale di Napoli, ne attesta la coltivazione nei giardini vesuviani.
Dai monasteri carolingi alla Firenze dei Medici
Dopo la caduta dell’Impero Romano, Carlo Magno ne promosse la diffusione nei giardini monastici del suo impero, e nel Medioevo la Francia divenne un secondo centro di diversificazione della specie. Entro il XVI secolo diverse varietà erano coltivate nei giardini urbani toscani: la famiglia Medici arricchì la diversità del pesco acquisendo talee da varie corti europee per coltivarle nei Giardini di Boboli a Firenze.
La nascita della peschicoltura moderna
La peschicoltura industriale italiana nasce nell’Ottocento. Nel 1813 l’agronomo svizzero Benjamin Crud introdusse nuovi sistemi colturali in una tenuta locale, raccogliendone le esperienze in uno dei primi trattati moderni di agronomia italiana (Perulli, 2024). Massa Lombarda (Ravenna, Emilia-Romagna) fu uno dei primi centri di frutticoltura specializzata, grazie alla sinergia tra ricerca e impresa favorita dall’istituzione di una Cattedra Ambulante di Agricoltura a Ravenna nel 1903 (Perulli, 2024).
Nel 1926 la fondazione della Massalombarda S.A., prima società dedicata alla trasformazione dei frutti, avviò l’industrializzazione del comparto: quell’anno la produzione locale raggiunse le 800 tonnellate, esportate in tutta Europa. La crisi del 1929 e la concorrenza di varietà californiane più resistenti al trasporto, come la ‘Chinese Cling’, segnarono però il declino delle cultivar locali: la ‘Buco Incavato’, un tempo simbolo della Romagna, rappresentava già meno dell’1% della produzione regionale a metà anni Cinquanta, e in trent’anni oltre l’80% della diversità genetica locale andò perduta.
Caratteristiche botaniche e calendario della raccolta nazionale
Il pesco appartiene alla famiglia delle Rosaceae, genere Prunus, sezione Persica. È un albero a foglie caduche, alto da 3 a 8 metri, con apparato radicale ramificato ma superficiale e foglie lanceolate finemente dentellate. I fiori, ermafroditi e attinomorfi, sbocciano in primavera (marzo-maggio) prima delle foglie, sui rami di un anno, con cinque petali rosa-tenue e un solo carpello (Flora UniUD, s.d.).
Il frutto è una drupa (4-8 cm di diametro) composta da epicarpo (buccia tomentosa nelle pesche, glabra nelle nettarine), mesocarpo (polpa bianca o gialla, aderente o spicca dal nocciolo) ed endocarpo legnoso. Il nocciolo contiene amigdalina, un glucoside cianogenetico che a contatto con l’enzima emulsina libera acido cianidrico, in quantità peraltro troppo basse per costituire un pericolo grazie alla protezione del guscio.
Le cultivar si classificano per tomentosità della buccia (pesche vellutate vs nettarine lisce), colore della polpa, aderenza al nocciolo, epoca di maturazione e destinazione d’uso. Si distinguono inoltre le percoche, a polpa compatta per l’industria, e le piatte (saturnine o tabacchiere). Il ritmo di rinnovamento varietale è intenso: negli ultimi 35 anni sono state sviluppate oltre 3.200 cultivar a livello mondiale.
In Italia la stagionalità va da maggio a ottobre, seguendo un gradiente geografico: le varietà precoci arrivano dal Sud in maggio-giugno, il picco delle intermedie cade in luglio-agosto, mentre le tardive come la Pesca di Leonforte IGP si raccolgono da settembre a novembre in Sicilia.
Dove nascono le pesche italiane: terroir, IGP e metodi di coltivazione
Emilia-Romagna, la culla della frutticoltura moderna
L’Emilia-Romagna è il cuore storico della peschicoltura nazionale. La bassa Romagna, definita dalla Fondazione Slow Food ‘la culla della frutticoltura moderna‘, offre terreni sabbiosi e profondi e un clima continentale mitigato dal mare. Le province di Ravenna, Forlì-Cesena, Rimini, Bologna e Ferrara compongono la zona della Pesca e Nettarina di Romagna IGP, con forme di allevamento tradizionali come il ‘vaso emiliano’ e le forme ‘in parete’.
Sicilia, le pesche di montagna e l’insacchettamento
La Sicilia esprime un terroir peculiare. La Pesca di Leonforte IGP è celebre per la maturazione tardiva (settembre-novembre) e per la tecnica dell’insacchettamento: ogni frutto, raggiunte le dimensioni di una noce, viene avvolto sull’albero in un sacchetto di carta pergamenata che lo protegge da agenti atmosferici e parassiti senza prodotti chimici, favorendo una maturazione omogenea. La Pescabivona IGP, coltivata nel bacino del fiume Magazzolo (Agrigento, Sicilia), si distingue per la polpa bianca soda e profumata, con quattro ecotipi che coprono un arco di maturazione dal 15 giugno al 20 ottobre.
Pratiche agronomiche e coltivazione integrata
La peschicoltura è passata da sistemi ‘in volume’ a forme ‘in parete’ e a impianti ad alta densità, che migliorano l’esposizione alla luce e la meccanizzazione. L’irrigazione a goccia e la fertirrigazione sono ormai la norma. I disciplinari IGP privilegiano, quando possibile, la lotta integrata e la lotta biologica. La pressione fitosanitaria è crescente: la mosca della frutta (Ceratitis capitata) e la tignola orientale (Grapholita molesta) sono favorite dal riscaldamento, che ne aumenta le generazioni annuali; tra le risposte sostenibili figura la confusione sessuale con feromoni a rilascio lento.
Produzione biologica e sostenibilità
L’agricoltura biologica è tra i comparti più dinamici del sistema agroalimentare italiano. Secondo il rapporto ISMEA Bio in Cifre 2025, nel 2024 la superficie biologica ha superato i 2,5 milioni di ettari (+2,4% sul 2023), pari al 20,2% della SAU nazionale: l’Italia si avvicina al traguardo del 25% fissato dalle strategie Farm to Fork e Biodiversità 2030, mantenendo un primato netto su Spagna (12,3%), Germania (11,5%) e Francia (9,9%) (ISMEA, 2025b). Le colture permanenti — frutta, vite, olivo — rappresentano il 22,7% della superficie biologica nazionale, segno dell’impegno crescente dei frutticoltori verso pratiche che tutelano biodiversità, suolo e impollinatori.
Strumenti fisici di protezione e investimenti contro il rischio gelate
Il cambiamento climatico è la sfida principale. Le gelate tardive sono il paradosso del riscaldamento: inverni più miti anticipano la fioritura, esponendo boccioli e fiori al gelo. Dal 1990 i frutteti emiliano-romagnoli hanno subito perdite gravi e ricorrenti. Per rispondere, la Regione Emilia-Romagna ha lanciato nel 2024 il programma ‘Frutteti Protetti‘, con 70 milioni di euro per reti antigrandine, ventilatori antigelo e irrigazione automatizzata, puntando a 1.000 ettari di nuovi impianti e 4.000 ettari ammodernati entro il 2026. Sul piano genetico, la ricerca punta su cultivar a basso fabbisogno di freddo e su biostimolanti (antiossidanti, silicio, calcio) che aumentano la tolleranza a gelo e siccità, mentre programmi di conservazione custodiscono circa 500 varietà regionali.
Le quattro pesche IGP italiane
L’Italia vanta quattro riconoscimenti europei, tutti a Indicazione Geografica Protetta.
1. Pesca e Nettarina di Romagna IGP (Emilia-Romagna; province di Bologna, Forlì-Cesena, Ferrara, Ravenna, Rimini). Riconoscimento tramite reg. CE n. 134/1998 e reg. UE n. 701/2010. Frutti a polpa gialla o bianca, forma tondeggiante, diametro minimo 67 mm, buccia rossa con sfumature gialle e arancioni, polpa succosa e dolce. È stata tra le prime pesche a ottenere l’IGP in Europa;
2. Pesca di Verona IGP (Veneto; provincia di Verona). Reg. UE n. 30/2010. Frutti coltivati con tecniche che sfruttano i terreni alluvionali e il clima continentale del Veronese;
3. Pesca di Leonforte IGP (Sicilia; Enna). Reg. UE n. 622/2010. Due ecotipi (Bianco e Giallone di Leonforte), polpa aderente al nocciolo, maturazione tardiva. Carattere distintivo: l’insacchettamento obbligatorio di ogni frutto, che esclude i trattamenti chimici;
4. Pescabivona IGP (Sicilia; province di Agrigento e Palermo). Reg. UE n. 898/2014. Pesche a polpa bianca non fondente, sovracolore rosso sempre inferiore al 50%, quattro ecotipi (Murtiddara, Bianca, Agostina, Settembrina). Le prime piantagioni risalgono agli anni Cinquanta nella zona ‘S. Matteo’ di Bivona.
Composizione nutrizionale e requisiti per il claim sul potassio
Secondo le Tabelle di Composizione degli Alimenti del CREA (CREA, 2019a), 100 g di pesca (parte edibile) con buccia apportano in media:
- energia: 28 kcal;
- carboidrati: 5,8 g (di cui zuccheri: 5,8 g);
- fibre alimentari: 1,9 g;
- proteine: 0,7 g.
Il raffronto tra i Valori Nutritivi di Riferimento di cui al reg. (UE) n. 1169/2011 (Allegato XIII) e i micronutrienti contenuti in una porzione da 150 g, pari a una pesca media senza buccia (CREA, 2019b), rivela che il frutto può riportare il nutrition claim ‘fonte di potassio‘ (390 mg, pari al 19,5% del VNR). Un apporto utile all’equilibrio idrosalino, alla funzione muscolare e alla regolazione della pressione arteriosa.
Una pesca di dimensione media contiene altresì, in quota inferiore: vitamina C (6 mg, 7,5% del VNR), rame (6,0%); zinco (5,3%); vitamina A (41 μg, 5,1%); niacina (4,7%); chiudono il profilo, con contributi tra il 4 e l’1,5% del VNR, fosforo e ferro (entrambi 4,3%), magnesio (3,7%), riboflavina (3,6%), tiamina (1,8%) e calcio (1,5%). Ne emerge un alimento a basso tenore micronutrizionale per singola voce, il cui valore risiede semmai nella sinergia tra minerali, vitamine, fibra e composti fenolici, più che nella ricchezza di un singolo elemento.
La concentrazione di fenoli dipende largamente dalla cultivar: l’esocarpo (buccia) ne contiene molto più del mesocarpo, e le selezioni a polpa rossa mostrano i livelli più alti di antocianine, flavonoli e acidi idrossicinnamici, oltre a un contenuto di vitamina C fino al 40% superiore rispetto alle pesche a polpa bianca (Aubert et al., 2020; Serra et al., 2020).
La ricerca scientifica sui composti bioattivi del genere Prunus
Pesche e altri frutti del genere Prunus sono ricchi di composti bioattivi quali polifenoli, flavonoidi, acidi fenolici, carotenoidi. La ricerca scientifica dell’ultimo decennio — in prevalenza condotta su modelli animali e in vitro — ne ha indagato gli effetti antiossidanti, antinfiammatori, cardiometabolici e sul microbiota. I risultati disponibili sono promettenti ma richiedono conferma, attraverso studi clinici ben disegnati, per poter valutare i possibili benefici per la salute umana.
Studi di laboratorio sulle proprietà di polpa e foglie
Polpa e buccia di pesca fresca esercitano significativi effetti antiossidanti e antinfiammatori in modelli animali in vivo e in vitro su tessuti di fegato, rene e corteccia cerebrale, con una protezione superiore rispetto alla polpa conservata in sciroppo e una riduzione del rilascio di TNF-α e IL-1β (Gasparotto et al., 2014).
Le foglie di pesco, sottoprodotto agricolo, si rivelano a loro volta una fonte di nutraceutici: gli estratti idro-metanolici presentano elevati livelli di fenoli totali (323,31 mg GAE/g DW), flavonoidi (510,58 mg CE/g DW) e 21 metaboliti secondari tra cui quercetina, genisteina e acido salicilico, con attività antiossidanti, antinfiammatorie e antimicrobiche (Belarbi et al., 2025).
Riscontri scientifici sui polifenoli e prospettive per i semi
Il consumo di succo di pesca e prugna, ricco di polifenoli, protegge dallo sviluppo di iperglicemia, insulino-resistenza, dislipidemia e ossidazione delle LDL, riducendo inoltre l’espressione di biomarcatori pro-aterogenici e pro-infiammatori (ICAM-1, MCP-1 e NF-κB), con un possibile coinvolgimento del recettore PPAR-γ; tali effetti sono stati osservati in un modello animale di obesità (Noratto et al., 2015).
Di particolare interesse ai fini della valorizzazione degli scarti agroalimentari è l’osservazione che gli estratti di seme di pesca, caratterizzati dal più elevato contenuto di polifenoli totali, mostrano in vitro la maggiore capacità di inibire l’HMG-CoA reduttasi, enzima chiave nella biosintesi del colesterolo (Landolsi et al., 2025).
Interazione dei fitocomplessi con il metabolismo nei modelli animali
La polpa di pesca attenua iperglicemia, iperlipidemia e iperuricemia in topi diabetici, promuovendo la sintesi di glicogeno e inibendo la gluconeogenesi, e modula il microbiota intestinale riducendo il rapporto Firmicutes/Bacteroidota e aumentando l’acido acetico (Zhou et al., 2025). I polifenoli di pesca disidratata riducono l’aumento di peso e migliorano il profilo lipidico di modelli murini alimentati con dieta ipergrassa, favorendo batteri come Akkermansia e Bacteroides (Dai et al., 2022).
Destinazioni d’uso e prospettive di economia circolare
Il consumo fresco resta la destinazione principale: le pesche a polpa gialla, più aromatiche, sono ideali per il consumo diretto e per i succhi; quelle a polpa bianca, più dolci, si gustano al naturale; le nettarine sono apprezzate per la praticità della buccia liscia.
Nella trasformazione, le cultivar a polpa gialla soda alimentano le pesche sciroppate; pesche e nettarine sono tra i frutti più usati per succhi e nettari; la Pescabivona IGP è indicata per confetture grazie al buon rapporto zucchero/acidità; la polpa è un classico di gelati, sorbetti e granite. In cucina salata, le nettarine si abbinano a rucola e formaggi freschi o erborinati, a carni bianche e pesce alla griglia. In pasticceria, dalla crostata ai dolci più elaborati, il frutto apporta umidità e profumo.
Semi e noccioli costituiscono a loro volta una fonte preziosa di proteine, acidi grassi e composti bioattivi, il cui recupero come ingredienti funzionali — assieme a quello di foglie e bucce — rappresenta una strategia promettente di valorizzazione degli scarti secondo i principi della bioeconomia circolare (Kumari et al., 2023).
Indicazioni per il consumo consapevole e la gestione professionale
Per i consumatori
Privilegiare la stagionalità (da maggio a ottobre) ed evitare i frutti fuori stagione importati da emisferi opposti. Preferire il biologico, che garantisce l’assenza di residui di pesticidi sintetici e sostiene la biodiversità. Verificare le Indicazioni Geografiche (le quattro IGP) come garanzia di origine e qualità.
Riconoscere la maturazione ottimale: buccia integra, profumo intenso, leggera cedevolezza alla pressione. Consumare la pesca con la buccia, ove possibile, per massimizzare l’apporto di composti fenolici. Per la conservazione, i frutti non maturi si lasciano a temperatura ambiente in sacchetto di carta per 2-3 giorni; una volta maturi, vanno in frigorifero e consumati in pochi giorni.
Per gli operatori professionali
Valutare la filiera corta e tracciabile, privilegiando il biologico e le cooperative delle zone IGP. Considerare le varietà tardive (Leonforte, Settembrina di Bivona), come leva di differenziazione commerciale in autunno. Investire sempre sulla sostenibilità scegliendo fornitori che adottino lotta integrata, irrigazione a goccia e riduzione dell’impronta carbonica, fattore sempre più decisivo per il consumatore finale.
Conclusioni
Il futuro della peschicoltura italiana dipende dalla capacità di coniugare la resilienza dei sistemi colturali con la tutela delle produzioni certificate. I dati macroeconomici confermano la centralità dell’Italia nel mercato europeo e la sua leadership nell’agricoltura biologica, ma l’erosione strutturale degli ettari impone continuità negli investimenti per la difesa attiva dei frutteti dalle gelate tardive. In questo scenario, le quattro IGP nazionali si confermano un presidio fondamentale per la biodiversità e la remunerazione del lavoro agricolo, mentre la ricerca scientifica continua a tracciare le linee guida per comprendere il valore biologico di questi frutti nella dieta.
Dario Dongo
Credit cover Consorzio tutela Pesca di Verona IGP
Riferimenti
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Dario Dongo, avvocato e giornalista, PhD in diritto alimentare internazionale, fondatore di WIISE (FARE - GIFT – Food Times) ed Égalité.


