L’evoluzione della gastronomia italiana si radica in oltre duemila anni di consumo della carne suina fresca. Se già Ovidio nelle Metamorfosi richiamava l’uso di queste carni come tratto ancestrale, la cucina italiana ha saputo declinare ogni singola parte anatomica dell’animale in preparazioni espresse, arrosti e cotture lente. Ed è fondamentale comprendere le caratteristiche dei diversi tagli, la loro consistenza e la risposta del grasso intramuscolare al calore. Questa consapevolezza permette di valorizzare la materia prima al banco macelleria, ridurre gli sprechi in cucina e applicare i corretti metodi di cottura tradizionali.
Braciole di coppa e il valore della marezzatura
Le braciole di coppa derivano dalla parte cervicale del suino. La coppa si trova subito dietro alla testa dell’animale: è una parte molto carnosa e saporita, con infiltrazioni di grasso intramuscolare che la rendono particolarmente versatile. Questa marezzatura è la chiave del suo successo gastronomico: il grasso si scioglie durante la cottura, mantenendo la carne morbida e aromatica.
Le braciole di coppa si prestano a cotture rapide ad alta temperatura — griglia, piastra, padella — e acquistano particolare fragranza con marinature a base di erbe aromatiche, vino bianco e aglio. È consigliabile evitare cotture prolungate, per non asciugare la componente magra e compromettere la naturale succulenza del taglio.

Fettine di coppa per cotture rapide in padella
Le fettine di coppa mantengono tutte le qualità del taglio di provenienza: morbidezza, marezzatura e intensità aromatica. Lo spessore ridotto le rende ideali per cotture veloci in padella o alla piastra, dove il grasso intramuscolare fonde rapidamente esaltando il profilo sensoriale senza bisogno di marinature elaborate. Rispetto alle fettine di lonza, tollerano meglio le alte temperature, rendendo più difficile l’errore di cottura.
Braciole di maiale: il classico con l’osso
Con il termine ‘braciole di maiale‘ si indicano generalmente fette ricavate dal carré o dalla lombata, spesso con osso. La schiena dell’animale viene chiamata lombata, e da essa si ricavano ottime fettine o tagli indicati per essere cotti interi, come arrosti e brasati; dal carré si ricavano le braciole, prendendo anche l’osso, generalmente una vertebra o costola.
La presenza dell’osso ha un ruolo tecnico preciso: protegge la carne durante la cottura e contribuisce a preservarne succulenza e sapore. Le braciole si adattano a griglia, forno, padella e barbecue. Il rischio principale è la cottura eccessiva: le fibre suine tendono ad asciugarsi rapidamente oltre la temperatura ottimale.

Costine di maiale per le cotture lente
Le costine provengono dalla gabbia toracica del suino e sono tra i tagli più amati per preparazioni conviviali e barbecue. La combinazione di osso, tessuto connettivo e grasso le rende particolarmente saporite, ma richiede tempo: solo una cottura lenta e prolungata scioglie il collagene e porta la carne alla consistenza morbida e cedevole che le caratterizza.
Le preparazioni più diffuse delle costine di maiale includono:
- il barbecue ‘low & slow‘, ovvero mantenendo la griglia a circa 30 centimetri dalla brace, anche previa marinatura con aglio e spezie;
- al forno, anche a bassa temperatura (90-110 °C per 3-4 ore), previa marinatura con limone e/o vino bianco, erbe aromatiche e aglio;
- in umido con legumi (fagioli, lenticchie, ceci), che ricorre nelle cucine regionali italiane, con cottura lenta a fuoco moderato.
Rosticciana: le costine toscane nella brace
La rosticciana — o rostinciana, e nell’aretino anche costoliccio — è la declinazione toscana delle costine di maiale: lo stesso taglio del costato, ma presentato e cucinato in modo così caratteristico da dare il nome alla carne stessa, prima ancora che alla preparazione. In Toscana, le costine vengono lasciate in blocco, non separate tra loro, cotte sulla brace di carbone e condite con olio extravergine, aglio, rosmarino, sale grosso, pepe. La marinatura a secco, applicata alcune ore prima, permette alla carne di assorbire gli aromi senza perdere i succhi durante la cottura.
Il piatto ha origini contadine e invernali: era il taglio che si consumava subito dopo la macellazione del maiale, quando la brace era già accesa e non c’era ragione di complicare ciò che la qualità della carne sapeva già esprimere da sola. La versione ‘in umido’ — rosticciane cotte lentamente nel pomodoro fino a quando la carne si stacca dall’osso — è altrettanto radicata nella cucina fiorentina, dove il sugo risultante diventa tradizionalmente il condimento per i rigatoni del giorno successivo. Il piatto è conosciuto anche nell’Alto Lazio e in Umbria, dove condivide la stessa logica della brace e degli aromi essenziali.
Il segreto della rosticciana è la cottura a calore moderato e costante, girando frequentemente, senza mai forare la carne per non disperdere i succhi. La temperatura al cuore deve raggiungere almeno 70 °C, anche per garantire l’inattivazione di batteri patogeni.
Spuntature romane per i sughi della domenica
Le spuntature sono, dal punto di vista anatomico, lo stesso taglio delle costine. Vale a dire porzioni ossee del costato con la carne intercostale circostante, ricavate dall’intera gabbia toracica del suino. Il termine è diffuso nel Lazio e in alcune zone dell’Italia meridionale, dove costine, puntine, costicine e spuntature indicano lo stesso pezzo con sfumature dialettali diverse. La distinzione pratica, quando esiste, riguarda la porzionatura: le spuntature sono spesso tagliate più corte dal macellaio, in pezzi di due o tre costole, rispetto alle strisce lunghe della rosticciana toscana.
Nella cucina romana, le spuntature sono protagoniste di uno dei piatti di recupero più apprezzati: cotte lentamente in umido con soffritto di sedano, carota e cipolla, sfumate con vino bianco e poi lasciate sobbollire per due-tre ore nella passata di pomodoro, fino a quando la carne si stacca dall’osso e il collagene ha trasformato il fondo in una salsa densa e saporita. Questo sugo è il condimento storico dei rigatoni con pecorino romano DOP, un primo piatto che appartiene alla cucina del ‘quinto quarto’ e alla memoria gastronomica dei rioni popolari della capitale. Le spuntature trovano impiego anche nella polenta al sugo, in abbinamento con i fagioli, e nelle preparazioni al forno con patate.
Fettine di lonza: leggerezza e versatilità quotidiana
La lonza rappresenta uno dei tagli più magri dell’intero suino. La lonza si ottiene separando la carne dalla colonna vertebrale; nel Nord Italia indica la parte superiore delle costole, nota anche come carré o arista, mentre nel Centro Italia è ricavata dal quarto posteriore. Questa variabilità terminologica regionale riflette un’Italia in cui ogni territorio ha sviluppato la propria cultura della macelleria suina.
Le fettine di lonza sono molto diffuse nella cucina quotidiana per rapidità di preparazione, gusto delicato e versatilità: si prestano a scaloppate, involtini, impanature leggere o cotture in padella con salse. Proprio per la loro magrezza, richiedono attenzione ai tempi: qualche minuto in eccesso le rende stoppose.
Sottilissime di lonza per preparazioni istantanee
Le sottilissime di lonza sono fette molto sottili dalla stessa sezione anatomica della lonza. Lo spessore ridotto — spesso inferiore al centimetro — le rende ideali per preparazioni istantanee: saltate in padella, avvolte intorno a farce delicate, abbinate a salse leggere. La rapidità di cottura è qui un vantaggio e non un compromesso: preserva la tenerezza delle fibre compatte senza il rischio di asciugarle.
Arista fresca e la tradizione del lombo al forno
L’arista identifica la schiena del maiale — dalla fine del capocollo fino alla zona lombare — cucinata intera come arrosto al forno o allo spiedo. In Toscana il termine indica tanto il taglio quanto la preparazione: per estensione, un’arista è un arrosto di lombo di maiale, aromatizzato con aglio, rosmarino e pepe, spesso legato con spago da cucina prima della cottura. Il profilo nutrizionale è simile a quello della lonza — carne relativamente magra, ricca di proteine — ma la presenza delle costole e di una quota di grasso di copertura garantisce una succosità maggiore in cottura.
La storia del termine è documentata e in parte leggendaria. Un documento del 1287 menziona già una ‘arista’, e il novelliere Franco Sacchetti, nel Trecento, cita ‘un’arista al forno’. La leggenda più nota la fa risalire al 1439, durante il Concilio di Firenze voluto da Cosimo il Vecchio: il cardinale greco Basilio Bessarione, dopo aver assaggiato un arrosto di lombata suina, avrebbe esclamato ‘Aristos!‘ — ‘il migliore!’ in greco — e i fiorentini presenti, credendo si riferisse al taglio di carne, adottarono la parola. Pellegrino Artusi nel suo ricettario precisa: ‘si chiama arista in Toscana la schiena di maiale cotta arrosto o in forno… quel pezzo della lombata che conserva le costole, e che può pesare anche 3 o 4 chilogrammi‘ (Artusi, 1891).
In cucina l’arista si presta a cottura al forno a temperatura moderata — 160 °C per circa un’ora per un pezzo da 1 kg — con aggiunta di vino bianco e brodo. La temperatura al cuore ottimale è di 65–68 °C per una carne rosata e succosa; non oltre 72 °C se si preferisce la cottura completa. È buona anche fredda, affettata sottile: pratica gastronomica già apprezzata nelle famiglie toscane del Quattrocento, quando si preparava in grandi pezzi per i giorni seguenti.
Filetto di suino, il taglio più pregiato
Il filetto di suino è il taglio più tenero e pregiato dell’intero animale. In anatomia esso corrisponde al muscolo psoas major, posizionato nella regione sottolombare, lungo la colonna vertebrale nel quarto posteriore. La sua tenerezza ha una spiegazione funzionale precisa:
- a differenza dei muscoli locomotori, il grande psoas è impiegato principalmente per il mantenimento della postura. È perciò scarsamente sollecitato e di conseguenza privo di tessuto connettivo, la fonte principale della durezza nelle carni;
- va distinto con chiarezza dalla lonza e dall’arista: questi ultimi corrispondono al muscolo multifido lombo-toracico, situato sopra il filetto, separato da esso e con caratteristiche tecnologiche diverse. La lonza è sopra il filetto, il filetto è sotto la colonna: due muscoli adiacenti ma non intercambiabili.
In cucina, il filetto suino si presta a cotture rapide in padella con burro chiarificato — rosolatura su tutti i lati, poi sfumatura con vino bianco — o in forno a temperatura moderata, intero o avvolto nella pancetta per compensare la scarsità di grasso e mantenerne la succulenza. Si taglia anche a medaglioni per grigliate veloci, o a cubi per spiedini. La marinatura preventiva — con olio, aglio, erbe e agrumi — migliora significativamente il risultato finale su un taglio naturalmente magro e dal gusto delicato.
Filetto di suino e di bovino a confronto
I filetti di suino e bovino derivano dallo stesso muscolo, hanno la stessa logica anatomica e la stessa tenerezza di base, ma le differenze sono sostanziali:
- dimensioni. Il filetto di manzo è un muscolo di grandi dimensioni, 2–4 kg di peso, e si presta a preparazioni iconiche come il roastbeef o il chateaubriand e il tournedos Rossini, nella cucina francese. Il filetto di suino intero pesa in media soli 300–400 g: una dimensione che impone una cucina di scala più contenuta;
- proprietà organolettiche. Il filetto bovino è molto tenero ma ha un gusto più neutro, meno dolce e meno persistente; il filetto suino conserva una buona tenerezza, ma presenta un profilo più dolce, più aromatico e leggermente più marcato;
- vocazioni. Il filetto bovino può venire servito al sangue o quasi crudo (carpaccio, tartare) senza rischi particolari per la popolazione generale. Il filetto suino, invece, non deve mai venire consumato crudo o poco cotto poiché soggetto a possibili rischi di contaminazione da parassiti (es. Trichinella spiralis, Toxoplasma gondii) e batteri (Salmonella, Yersinia) la cui inattivazione richiede il raggiungimento di una temperatura al cuore di almeno 70 °C.
Pancetta fresca a fette, dal ventre alla griglia
La pancetta deriva dalla parte ventrale del suino ed è caratterizzata dall’alternanza di strati di grasso e muscolo che la rendono immediatamente riconoscibile. Quando prima di essere arrotolata le viene sovrapposto il capocollo opportunamente trattato, si parla di ‘pancetta coppata‘; se invece viene lasciata distesa, tagliata a strisce, salata e affumicata, diventa quella che in inglese viene chiamata bacon.
Nella versione fresca a fette trova impiego nella griglia, nel barbecue, in preparazioni croccanti in padella, negli involtini e negli arrosti. La componente lipidica è determinante: durante la cottura il grasso si scioglie lentamente, arricchendo gli aromi e la consistenza del piatto. È un taglio che non perdona la cottura insufficiente — la parte magra deve raggiungere la temperatura sicura — ma che a cottura corretta offre straordinaria succulenza.
Hamburger di suino: un formato contemporaneo
Gli hamburger di suino rappresentano una preparazione in costante crescita nella distribuzione moderna e nella ristorazione informale. Sono ottenuti da miscele di carne magra e grasso, necessarie per garantire coesione, morbidezza e palatabilità. Rispetto agli hamburger bovini, quelli di suino presentano spesso un gusto più dolce, una consistenza più morbida e maggiore succosità. Possono essere aromatizzati con spezie, erbe o ingredienti a richiamo regionale — finocchio, peperoncino, rosmarino. La cottura deve garantire il raggiungimento della temperatura interna idonea al consumo sicuro (almeno 72 °C al cuore).
Spiedini di suino: una preparazione, molti tagli
Gli spiedini di maiale non identificano un taglio anatomico specifico, ma una preparazione trasversale: carne suina — e spesso altri ingredienti — tagliata a cubetti e infilata su bastoncini di legno o metallo per la cottura alla griglia, alla brace, in padella o al forno. Il formato è antico quanto il fuoco stesso, e in Italia ha declinazioni regionali ben documentate.
Il taglio più frequentemente utilizzato è la lonza, per la sua magrezza e compattezza che permette cubettatura regolare e cottura rapida senza sgretolamento. La coppa e il carré — più grassi e marezzati — garantiscono maggiore succosità ma richiedono attenzione ai tempi per evitare che il grasso fuoriesca in eccesso sulla brace. In molte macellerie del Nord Italia, lo spiedino misto prevede l’alternanza di coppa, lonza, pancetta e salsiccia — talvolta intervallati da foglie di salvia, cipolle o peperoni — secondo una logica di equilibrio tra parti magre e grasse che esalta tanto il sapore quanto la struttura.
La marinatura è un passaggio chiave per qualsiasi spiedino di suino: olio extravergine, aglio, rosmarino, timo e un elemento acido — vino bianco, limone, aceto — ammorbidiscono le fibre e consentono agli aromi di penetrare. I tempi di cottura alla griglia variano da 12 a 20 minuti a seconda dello spessore dei pezzi, con rotazione frequente per una doratura uniforme. La temperatura al cuore deve raggiungere almeno 70 °C, come per tutti i tagli suini freschi.
Macinato di suino: la base universale
Il macinato di suino costituisce una base estremamente versatile: ragù, polpette, ripieni, salse, hamburger e salsicce fresche partono tutti da questo formato. La qualità finale dipende in modo decisivo dal rapporto tra parte magra e componente grassa: una quota moderata di grasso — intorno al 20–30% — migliora struttura, morbidezza e resa in cottura. Il macinato può venire impiegato da solo o miscelato con carne bovina, ovina o di vitello, secondo le diverse tradizioni gastronomiche regionali.
Salsiccia toscana: la ‘concia’ del norcino
La salsiccia toscana appartiene alla lunghissima storia dell’arte norcina italiana. Nel I secolo a.C., Marco Terenzio Varrone nel De lingua latina (V, 111) documentò la ‘lucanica’, insaccato che i legionari romani avevano appreso dai popoli della Lucania, attestando così l’antichità e la diffusione peninsulare di questa preparazione. Da quella radice meridionale, l’arte dell’insaccatura si è diffusa in tutta la penisola, acquisendo in ogni territorio connotati propri.
La salsiccia toscana è generalmente preparata con carne suina macinata, grasso, sale, pepe, aglio e semi di finocchio — l’elemento distintivo della norcineria toscana. La ‘concia’, il mix di sale e aromi, varia da norcino a norcino e viene spesso trasmessa gelosamente di generazione in generazione. La proporzione ideale prevede circa due terzi di carne magra e un terzo di parte grassa.
Le modalità di preparazione più diffuse comprendono griglia, padella, forno e utilizzo in sughi e ripieni. In Toscana è frequente anche il consumo all’interno di panini o accompagnata da fagioli cannellini e cipolle, abbinamenti rustici e antichi.
Salsiccia luganega: dalla Lucania al Nord Italia
La luganega è una salsiccia fresca tipica dell’Italia settentrionale, con una storia straordinariamente documentata. Il nome deriva dalla Lucania romana — l’odierna Basilicata — dove i legionari romani appresero dagli abitanti locali la tecnica di insaccare carne tritata nel budello. Varrone nel De lingua latina ne fissò la paternità: ‘lucanicam dicunt quod milites a Lucanis didicerint‘ (‘la chiamano lucanica perché i soldati l’hanno appresa dai Lucani’). La stessa preparazione è descritta da Apicio nel De re coquinaria.
La storia della luganega parte dalla Magna Grecia, approda nella Repubblica di Venezia e si diffonde poi in Lombardia e Trentino. Oggi esistono almeno tre tipologie riconosciute a livello ministeriale:
- la veneta, realizzata con guanciale e collo di maiale;
- la trentina, con spezie e macinato insaccato in budello di vitello;
- la lombarda, a grana più fine con lunghezza caratteristica di circa 20 cm.
La ricetta più ricca è quella della luganega di Monza, che nell’impasto include formaggio Grana Padano DOP, brodo di carne e vino — ingrediente fondamentale del classico risotto alla monzese. La consistenza più morbida rispetto ad altre salsicce la rende particolarmente adatta a risotti, cotture in umido, preparazioni al forno e padella.
Il valore del biologico e dell’origine
Nella scelta della carne suina, l’attenzione ai metodi di allevamento e all’origine rappresenta lo strumento principale di tutela per il consumatore e per l’intera filiera. Al vertice della piramide della qualità si colloca la carne suina biologica, che offre la massima garanzia oggi disponibile sul mercato: la certificazione biologica assicura infatti standard superiori e rigorosamente verificati di benessere animale, con ampi spazi di libertà, accesso all’aperto, drastica riduzione d’impiego degli antibiotici e alimentazione priva di OGM e pesticidi.
È altresì utile considerare l’origine della carne: il regolamento (UE) n. 1337/2013 impone l’indicazione in etichetta del Paese di allevamento e macellazione dell’animale. Scegliere carne da suini nati, allevati e trasformati in Italia – ‘origine Italia’ – significa sostenere la zootecnia nazionale e valorizzare l’autentico Made in Italy, ma anche beneficiare di un sistema di controlli veterinari e di biosicurezza tra i più severi al mondo.
Valorizzare ogni taglio: il principio della norcineria integrale
La conoscenza dei tagli suini è un elemento fondamentale per una filiera alimentare più consapevole e sostenibile. Nei suini la conoscenza dei tagli è indispensabile per capire come nascono i grandi salumi italiani, dalla coscia per il prosciutto crudo alla pancetta e al guanciale: conoscere i tagli è un sapere che unisce gastronomia e cultura della salumeria.
Il principio storico della cultura norcina italiana — valorizzare l’intero animale, dal grugno alla coda — rimane ancora oggi un modello virtuoso di utilizzo integrale delle risorse alimentari, nel pieno rispetto della qualità gastronomica e della sostenibilità.
Dario Dongo
Credit cover Timmy Barg
Bibliografia
- Apicio, M. G. (I sec. d.C.). De re coquinaria. Edizione moderna: Grocock, C., & Grainger, S. (2006). Apicius: A critical edition with an introduction and an English translation. Prospect Books.
- Artusi, P. (1891). La scienza in cucina e l’arte di mangiar bene. Tipografia di Salvadore Landi. Edizione di riferimento: Einaudi (1970), a cura di P. Camporesi.
- Capatti, A., & Montanari, M. (1999). La cucina italiana: storia di una cultura. Laterza.
- Commission Implementing Regulation (EU) No 1337/2013 of 13 December 2013 laying down rules for the application of Regulation (EU) No 1169/2011 of the European Parliament and of the Council as regards the indication of the country of origin or place of provenance for fresh, chilled and frozen meat of swine, sheep, goats and poultry. http://data.europa.eu/eli/reg_impl/2013/1337/oj
- Gosetti della Salda, A. (1967). Le ricette regionali italiane. La Cucina Italiana / Solares.
- Montanari, M. (2004). Il cibo come cultura. Laterza. ISBN 9788842074243.
- Varrone, M. T. (I sec. a.C.). De lingua latina, V, 111. Edizione moderna: Kent, R. G. (1938). Varro: On the Latin Language, Books V–VII. Harvard University Press.

Dario Dongo, avvocato e giornalista, PhD in diritto alimentare internazionale, fondatore di WIISE (FARE - GIFT – Food Times) ed Égalité.


