Sicurezza

Olio di palma. Indonesia e Malesia nascondono i dati e minacciano l’Europa. #Buycott!

Olio di palma. Indonesia e Malesia nascondono i dati e minacciano l’Europa. #Buycott!

Olio di palma. Il public sentiment dei consumAttori europei verso l’olio più utilizzato al mondo, negli ultimi anni, è cambiato radicalmente. Nessuno vuole più contribuire, con i propri acquisti, a una filiera macchiata di ecocidi e rapina delle terre, abusi su ambiente e lavoratori, schiavitù minorile. Indonesia e Malesia reagiscono, occultando i dati sulle filiere di produzione e minacciando l’Europa. La risposta non può essere che una, definitiva. #Buycott!

Unione Europea, trattati tossici e reazioni della società civile

La Commissione europea guidata da Jean Claude Juncker, come è noto, ha premuto l’acceleratore su tutti i trattati tossici che si potessero mettere a segno. Ha definito il CETA con il Canada, il JEFTA con il Giappone, l’accordo EU-Mercosur con Brasile e Argentina (oltre a Paraguay e Uruguay). Ha pure provato a rianimare il TTIP, lontano dai riflettori. Senza mai badare ai crimini internazionali contro l’umanità e l’ambiente, tuttora perpetrati in modo sistematico in diversi Paesi contraenti.

Rapine delle terre e deforestazioni sono state deliberatamente ignorate dai burattini di Bruxelles, in barba agli impegni che l’Unione Europea ha assunto con l’accordo di Parigi. Jean Claude Juncker e la sua fida Cecilia Malmström hanno provato così ad accelerare i negoziati anche con l’Indonesia, per concludere l’ennesimo trattato tossico. Ma qualcosa è andato storto, la società civile si è ribellata e i politicanti hanno dovuto allentare la presa.

Le lacrime del coccodrillo. Il 23.7.19 la Commissione di fatto esautorata, a seguito delle elezioni di maggio, ha annunciato un ambizioso piano ‘per proteggere e ripristinare le foreste del pianeta’. (1) Riferendo espressamente a una serie di ‘misure volte a ridurre il consumo dell’UE e incoraggiare l’uso di prodotti provenienti da catene di approvvigionamento che non contribuiscono alla deforestazione’. Un percorso inesorabile, benché a lungo osteggiato dai palmocrati e le Corporation loro clienti, da Big Food alle compagnie petrolifere.

Olio di palma. Indonesia e Malesia, le minacce all’UE

Indonesia e Malesia, i due Paesi leader nella produzione globale di olio di palma (>80%), hanno deciso di attaccare le Istituzioni europee, preventivamente, per difendere i loro interessi. Prima che l’Europa adotti ogni doverosa misura restrittiva nei confronti di una derrata del tutto insostenibile, le tigri asiatiche minacciano l’Europa di ritorsioni economiche. Accusando l’UE di ‘discriminare’ il grasso tropicale ‘a favore degli oli vegetali prodotti dagli agricoltori europei’.

Entrambi i nostri governi vedono nella cosa una strategia politica economica calcolata, volontaria e ostile per rimuovere l’olio di palma dal mercato UE. Se questa regolamentazione dovesse entrare in vigore, i nostri governi potrebbero rivedere i propri rapporti generali con l’Unione europea, oltre che con i singoli Stati che ne fanno parte. (…) Abbiamo detto all’UE che saremo costretti a contrattaccare se continueranno con questa iniqua discriminazione nei confronti dell’olio di palma’.

Il presidente indonesiano Joko Widodo e il primo ministro malese Mahathir Mohamed hanno inviato una lettera congiunta alla Commissione e al Parlamento europeo, il 5.4.19. (2) Per protestare a priori sulle azioni che le Istituzioni di Bruxelles e Strasburgo potrebbero adottare nei confronti della prima commodity agricola da essi esportata in Europa. Si preannuncia una campagna diplomatica aggressiva, con ipotetico coinvolgimento dell’Organizzazione mondiale del commercio (World Trade Organization, WTO) a Ginevra.

Indonesia, omertà sulle filiere sanguinarie

Una alto funzionario indonesiano, Mr. Musdhalifah Machmud, il 6.4.19 ha rivolto una raccomandazione formale alle industrie di palma del Paese. Le quali dovranno astenersi dal divulgare i propri dati con altre parti, inclusi consulenti esterni, ONG e agenzie multilaterali ed estere sulle piantagioni. Con la ridicola giustificazione di motivi di sicurezza nazionale, privacy e concorrenza. Occultare i dati per meglio nascondere le rapine delle terre e le deforestazioni. Le quali peraltro sono già emerse in misura straordinariamente superiore rispetto alle dichiarazioni delle industrie sedicenti sostenibili (che aderiscono a RSPO, Roundtable for Sustainable Palm Oil production).

Almeno 1 milione di ettari di foreste vergini distrutte e occultate da palmocrati certificati RSPO è già stato scoperto con rilevazioni planimetriche dalla Zoological Society of London, nel 2017. Il 40% delle aree coltivate a palma e certificate RSPO – come dimostra uno studio scientifico internazionale, pubblicato nel 2018 – ha subito degrado ambientale significativo (es. incendi, devastazioni degli ecosistemi) in epoca successiva al 2011 (!).

La pubblicazione delle mappe delle piantagioni è un requisito prescritto ai fini della certificazione di ‘sostenibilità’ RSPO. (3) Senza peraltro che ciò comporti l’effettiva sostenibilità delle piantagioni stesse, come si è documentato mediante analisi delle 116 industrie fornitrici di Ferrero (109 delle quali sono localizzate in Indonesia, Malesia e Nuova Guinea). Tale dichiarazione costituisce quindi la premessa affinché soggetti terzi indipendenti – quali Greenpeace e altre organizzazioni – possano eseguire controlli sui territori (land grabbing, deforestazioni, pesticidi impiegati, condizioni di lavoro).

La ‘raccomandazione’ del governo indonesiano non vale certo a nascondere gli ecocidi, che è ormai facile dimostrare mettendo a raffronto le rilevazioni satellitari attuali con quelle degli anni precedenti. Può tuttavia ostacolare le indagini sulle rapine delle terre e la soluzione dei conflitti irrisolti su quelle stesse aree. Si va così a coprire gli abusi con un’ulteriore coltre di omertà, per imperio. E si giustifica la ‘riservatezza’ di operazioni criminali.

A livello internazionale, alcune di queste aziende hanno già aderito agli standard, (pubblicazione delle mappe, ndr) ma la lettera raccomanda a queste aziende di non soddisfarli’ (Asep Komarudin, attivista per la salvaguardia delle foreste, Greenpeace Indonesia).

Greenpeace Indonesia – per voce del responsabile della campagna di protezione delle foreste, Kiki Taufik – ha dichiarato che l’appello del governo minaccia di ostacolare le iniziative di trasparenza da parte di aziende come Wilmar International. Il leader globale nella produzione di olio di palma, a dicembre 2018, aveva infatti annunciato l’impegno di mappare e monitorare centinaia dei suoi fornitori. (4)

Tracciabilità?

Quella stessa tracciabilità che in Europa viene garantita ex lege – sulla base del General Food Law (reg. CE 178/02, articolo 18) – viene invece negata per ordine dell’autorità. Da parte di un governo con cui proprio la Commissione europea sta negoziando un accordo di libero scambio. E mentre noi ci preoccupiamo di rafforzare la tracciabilità per meglio garantire sicurezza alimentare e informazione al consumatore, loro vogliono occultare le informazioni di base.

Chi e dove ha prodotto cosa e quando? Quali pratiche agronomiche e processi di lavorazione, quali misure di autocontrollo? Quali flussi materiali hanno seguito le materie prime e i semilavorati che entrano a far parte della filiera alimentare globale? E qual è il loro effettivo impatto socio-ambientale? C’è ben poco da nascondere, l’insostenibilità della filiera del palma è nota a tutti coloro che hanno deciso di aprire gli occhi.

#Buycott!

Countdown to Extinction – il rapporto pubblicato da Greenpeace International a giugno 2019 – evidenzia come, dal 2010 a oggi, l’area coltivata a soia OGM in Brasile sia aumentata del 45%. Ma la produzione di olio di palma in Indonesia è aumentata ancor più, in misura del 75%. Tanto che l’arcipelago asiatico ha raggiunto il terzo posto a livello globale nelle emissioni di gas serra. Dopo USA e Cina, ma senza neppure un briciolo della produzione industriale delle due prime potenze economiche planetarie. (5)

#Buycott! è la nostra campagna, portata avanti assieme a Égalité e alle altre associazioni che vorranno aderirvi. Un’iniziativa pacifica ma altrettanto determinata, volta interrompere la domanda di olio di palma, soia OGM (anche qualora impiegata nei mangimi degli animali da reddito) e carni del continente americano. Stop agli acquisti di prodotti insostenibili, una volta per tutte!

Dario Dongo

Note

(1) V. comunicato stampa CE, ‘La Commissione intensifica l’azione dell’UE per proteggere e ripristinare le foreste del pianeta’, 23.7.19, https://europa.eu/rapid/press-release_IP-19-4470_it.htm

(2) John McBeth, Palm oil a hot issue in Indonesian election, Asia Times, 10.4.19, https://www.asiatimes.com/2019/04/article/palm-oil-a-hot-issue-in-indonesian-election/

(3) https://rspo.org/library/lib_files/preview/461

(4) Già nel 2016 il governo indonesiano aveva bloccato un’iniziativa del settore privato per aumentare la trasparenza nel settore dell’olio di palma, l’Indonesian Palm Oil Pledge (IPOP). Un accordo tra sei delle principali raffinerie, interrotto a seguito delle pressioni di alcune parti del governo. V. Hans Nicolas Jong, Mongabay, News & inspiration from nature’s frontline, 21.5.19,  https://news.mongabay.com/2019/05/indonesia-calls-on-palm-oil-industry-obscured-by-secrecy-to-remain-opaque/

(5) Greenpeace International, giugno 2019, https://storage.googleapis.com/planet4-international-stateless/2019/06/b4258a33-gp_cte_report_lowres.pdf

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