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Zootecnia, FAO propone 5 aree di intervento per ridurre le emissioni di gas serra

Zootecnia, FAO propone 5 aree di intervento per ridurre le emissioni di gas serra

La FAO raccomanda ai suoi 194 Stati membri di lavorare su 5 fronti per ridurre le emissioni in atmosfera di gas-serra provocate dalla zootecnia. (1)

Un’ulteriore area di intervento – che a sua volta merita considerazione, sebbene non citata – riguarda l’impiego delle alghe nei mangimi. Per abbattere le emissioni di metano dei ruminanti e rafforzare il sistema immunitario degli animali.

Demografia, economia e consumi di carni

L’incremento demografico, l’urbanizzazione e il miglioramento generalizzato (benché profondamente iniquo) dell’economia globale hanno contribuito a una straordinaria crescita, negli ultimi decenni, della domanda di carni. Più che quadruplicata, nei Paesi a basso e medio reddito (Low-Middle Income Countries, LMICs), tra il 1970 e il 2012. E destinata a raddoppiare, secondo le stime, entro il 2050 (2,3).

I consumi moderati di alimenti di origine animale sono considerati generalmente favorevoli per la salute umana, nell’ambito di diete varie ed equilibrate. In ragione dei macro e micro nutrienti da essi apportati, e della loro facile assimilazione (es. proteine e aminoacidi, vitamina B12, calcio, ferro).

Filiere zootecniche, i problemi da affrontare

La crescita incontrollata delle filiere zootecniche ha tuttavia comportato una serie di problemi, in gran parte irrisolti, legati a:

– consumo di suolo. 2,5 miliardi di ettari, pari a circa la metà dell’intera superficie agricola globale, sono infatti dedicati alla coltivazione di materie prime per mangimi (FAOSTAT 2016),

– rapine delle terre e deforestazioni. La domanda in continua crescita di aree di pascolo e soia OGM destinata alla produzione di mangimi viene tuttora assolta, in America Latina e Sud-America soprattutto, mediante rapina delle terre (land grabbing) e devastazione di foreste agricole primarie, (4)

food security. La sicurezza degli approvvigionamenti alimentari e il diritto universale di accesso al cibo (il secondo dei Sustainable Development Goals, SDGs) sono altresì minacciati dalla destinazione a uso mangimistico, anziché alimentare, di colture e derrate agricole,

benessere animale, malattie zoonotiche, resistenza agli antibiotici,

– perdita di biodiversità ed emissioni di gas a effetto serra (GHG, Greenhouse Gases). Problemi, questi, causati in misura rilevante anche da altre filiere destinate a produrre alimenti e biocarburanti (es. olio di palma, soia OGM).

Zootecnia ed emissioni di gas-serra

La filiera dell’allevamento di bestiame è considerata responsabile del 14,5% delle emissioni globali di gas-serra derivate da attività antropiche. Circa la metà delle emissioni è costituita da gas metano (CH4), che deriva soprattutto dalla fermentazione enterica dei ruminanti (44,1% nel 2010, FAO 2018), nonché dalla materia vegetale non digerita che residua nel letame (5,6% nel 2010, FAO 2018). La restante metà è costituita rispettivamente da protossido di azoto (N2O o ossido di azoto, il cui precursore è l’ammoniaca presente nelle deiezioni animali, 24%) e anidride carbonica (CO2, 26%), i quali derivano dalle produzioni di foraggio e mangimi, fertilizzanti organici e inorganici usati nei terreni, gestione delle deiezioni.

Il 55% delle emissioni è considerata diretta, ovvero legata a processi biologici (fermentazione enterica dei ruminanti o nitrificazione/denitrificazione del letame e dell’urina o di decomposizione anaerobica – CH4 e CO2) o all’utilizzo di energia negli allevamenti – CO2. Le emissioni indirette invece valgono il restante 45% e derivano dalla produzione di fertilizzanti e di pesticidi per le colture destinate a diventare mangimi, dai mangimi stessi, dall’utilizzo di letame sui campi, dai mezzi di trasporto ed attrezzi e dal cambio di destinazione del suolo (i.e. deforestazione per uso agricolo del territorio).

Gas-serra e zootecnia, l’impatto delle singole filiere

Gli animali ruminanti (poligastrici) producono maggiori emissioni GHG rispetto agli animali monogastrici (es. pollame, suini). Complessivamente 5 Gt CO2 eq., oltre il 60% circa delle emissioni globali di GHG in zootecnia, sono attribuite alle filiere bovine. Nondimeno, FAO reputa utile considerare l’intensità delle emissioni in rapporto alle proteine apportate dalle singole filiere.

La classifica delle emissioni, basata sulla quantità di ‘CO2 equivalente’ necessaria a produrre 1 kg di proteine, a seguire:

– carne di bufalo, 404 kg di CO2 eq., per 1 kg di proteine,

– manzo, 295 kg di CO2 eq.,

– piccoli ruminanti (ovi-caprini), 201 kg,

– latte (vacche da latte), 87 kg,

– maiale, 55 kg,

– pollo, 35 kg,

– uova (galline ovaiole), 31 kg.

Gas-serra e zootecnia, distribuzione geografica

I Paesi ad alto reddito e quelli a basso-medio reddito ma con elevata densità di allevamenti (specialmente di bovini) registrano maggior quantità di emissioni GHG. Il 38,8% del totale delle emissioni in agricoltura viene imputato alla fermentazione enterica dei ruminanti, con prevalenza in Asia (36,7%) e in America (31,9%. FAOSTAT, dati 2017). India, Brasile e Cina si trovano sul podio.

L’efficienza della zootecnia ha un rilievo straordinario. Una vacca statunitense, ad esempio, produce in media 10.000 litri di latte ogni anno. La produzione della stessa quantità di latte in India richiede l’impiego di otto vacche (le quali producono circa 1.200 litri di latte l’anno), con emissioni di metano da fermentazione enterica circa 9 volte superiori. L’esasperazione produttiva Made in USA (ormoni, antibiotici, pesticidi) va tuttavia considerata, a nostro avviso, anche nei suoi riflessi negativi su benessere animale, sicurezza degli alimenti e ambiente. (5)

Le 5 azioni pratiche proposte dalla FAO

La FAO considera possibile ridurre le emissioni che derivano dagli allevamenti del 30%, il metano soprattutto, grazie al miglioramento della gestione e l’organizzazione dei sistemi. Mediante sinergie tra le diverse filiere (carne, uova, latticini. Senza trascurare i sotto-prodotti, es. pelle e lana), idonei investimenti e coinvolgimento degli agricoltori.

1) Aumentare l’efficienza della produzione e dell’utilizzo delle risorse

L’aumento delle produzioni di carne ha risposto esclusivamente alla maggiore domanda dei consumatori, senza considerare le problematiche ambientali. Considerata l’impossibilità di eliminare totalmente le emissioni di gas serra, in quanto derivate da cicli biologici e processi naturali, è necessario rivedere la gestione e l’organizzazione della filiera.

Si sottolinea quindi l’importanza di migliorare la composizione di mangimi e fertilizzanti, nonché intervenire sulla selezione delle razze e la gestione delle deiezioni. Senza alterare i cicli biologici naturali, né compromettere il benessere animale e la salute pubblica.

2) Rafforzare l’economia circolare

Ridurre gli sprechi alimentari nel corso dell’intera filiera è indispensabile sia per sconfiggere fame e malnutrizione, sia per diminuire le emissioni di gas-serra. Obiettivi di Sviluppo Sostenibile (SDGs) n. 2 e 13, in Agenda ONU 2030. Ed è a tal uopo necessario, come si è visto (ISPRA, 2019), adottare un approccio sistemico.

A livello globale, per citare un esempio, è stato calcolato lo spreco di 1 su 5 litri di latte prodotti (FAO 2015). Un modello di bioeconomia circolare potrebbe consentire il riutilizzo e riciclo di scarti delle filiere agroalimentari (from farm to fork) e dei biocarburanti nella produzione di mangimi. Migliorare così l’efficienza dell’uso dell’azoto, ridurre le emissioni di N2O, liberare milioni di ettari di suolo agricoli dalla produzione di materie prime per mangimi.

I sottoprodotti della macellazione e le deiezioni possono a loro volta essere trasformati in biogas, riducendo emissioni di GHG, cattivi odori e insetti. E i loro successivi residui in fertilizzante organico.

3) Sfruttare le soluzioni basate sulla natura per aumentare le compensazioni di emissioni di GHG

L’agricoltura (in senso lato) e le foreste hanno il potenziale di compensare le proprie emissioni di GHG. Ma alcune filiere agricole, come accennato, sono le prime cause di deforestazione. È perciò urgente bloccare l’espansione dei terreni a pascolo e la produzione di mangimi su suoli occupati da foreste. (4)

Bisogna poi migliorare le tecniche di gestione di pascoli e coltivazioni per la produzione di mangimi. Piantumare alberi e sostenere le attività silvo-pastorali può consentire di limitare la degradazione del suolo, ridurre la perdita di biodiversità e favorire l’agroecologia. È altresì importante il ricorso alle energie rinnovabili (non solo biogas, ma anche energia eolica o solare) per condurre gli impianti produttivi.

4) Diete sane e sostenibili, proteine alternative

La salute della popolazione mondiale è minacciata dalla malnutrizione che si esprime con sintomi in apparenza opposti, denutrizione e obesità. Tra i bambini sotto i cinque anni, 1 su 5 è sottosviluppato per denutrizione, ora aggravata dalla crisi da Covid-19. Al contempo, almeno 40 milioni di bambini della stessa età sono obesi o sovrappeso.

Gli apporti nutrizionali offerti da carni e prodotti di origine animale hanno un ruolo prezioso e tuttavia i loro eccessi, così come i consumi di alimenti ultraprocessati, sono causa di gravi malattie non trasmissibili (Non-Communicable Diseases, NCDs), spesso croniche e incurabili.

È necessario quindi promuovere il consumo e portare avanti la ricerca sulla produzione sostenibile di fonti di proteine alternative. Come i legumi, essenziali al nutrimento degli esseri umani come pure dei suoli (FAO 2019), alghe e microalghe, funghi e proteine microbiche, insetti.

5) Politiche a guida del cambiamento

L’intervento pubblico è essenziale per cambiare i sistemi di allevamento. Le politiche agricole devono però seguire un approccio integrato (bottom-up e top-down) e partecipativo, oltreché fondarsi su solide basi scientifiche. La FAO individua i pagamenti diretti come strumenti utili per incentivare gli allevatori al cambiamento. Esprime invece riserva in merito alla carbon tax, anche a fronte delle incertezze di misura delle emissioni nei singoli contesti.

Le misure da adottare per scoraggiare pratiche di allevamento insostenibili possono comprendere l’applicazione di sovrapprezzi (o tasse) sulle commodities che ne derivano. Tenuto conto dei vari fattori sui quali sia possibile e perciò doveroso intervenire, per migliorare le prestazioni ambientali. Va inoltre promossa l’adozione di standard e certificazioni, onde promuovere la consapevolezza dei consumatori e stimolare le produzioni sostenibili (SDG 12, Ensure sustainable consumption and production patterns).

L’impatto del cambiamento climatico sulla zootecnia

La zootecnia è a sua volta minacciata dall’emergenza climatica. La maggiore quantità di CO2 nell’atmosfera – nel causare un aumento delle temperature, con piovosità instabile e calamità naturali – è dannosa anche per gli animali, i pascoli e le colture per mangimi.

Temperature elevate e precipitazioni sporadiche influiscono negativamente sui raccolti e il metabolismo delle piante, le quali tendono a lignificare per difesa. Si riducono così qualità e resa delle colture per foraggio e mangimi. E i vettori patogeni responsabili di zoonosi tendono a sopravvivere anche nei mesi invernali.

Emergenza climatica, impatto sulla vita delle popolazioni

Siccità e desertificazione in alcuni Stati dell’Africa sub-sahariana hanno provocato la perdita del 20-60% delle mandrie di bovini, negli negli ultimi tre decenni. E lo stress arrecato dal caldo può incidere negativamente sulla produzione di latte. (6)

Questi cambiamenti aggravano ulteriormente il problema della food security, costringono le popolazioni a modificare la destinazione dei suoli, aumentando la superficie agricola, e a migrare. Oltre a causare conflitti per le risorse, l’acqua in particolare.

Obiettivi di Sviluppo Sostenibile e zootecnia

La zootecnia – come la filiera alimentare, nel suo complesso – deve venire trasformata, da una causa della crisi ecologica a una parte della soluzione. Senza trascurare le esigenze di sostentamento delle popolazioni, tenuto conto che le filiere zootecniche impiegano circa 1,3 miliardi di persone nel mondo (FAOSTAT, 2014). (7)

‘It is important to note that livestock are indispensable for the achievement of the SDGs, partly because they play an essential role in the lives of the poor’. (1)

Gli studi FAO individuano dunque le potenzialità delle attività di allevamento come un possibile volano per raggiungere i 17 Obiettivi di Sviluppo Sostenibile (Sustainable Development Goals, SDGs) in Agenda ONU 2030.

FAO, conclusioni provvisorie

Una riduzione del 30% delle emissioni di gas-serra in zootecnia, secondo FAO, è un obiettivo realizzabile. Il suo raggiungimento postula tuttavia un cambiamento, a livello globale, in tutte le filiere. Tenuto conto delle loro diversità e complessità, oltreché dei rispettivi contesti e tradizioni socio-culturali. In linea generale, a livello operativo, si individuano alcune aree di intervento:

– qualità dei mangimi. L’impiego di materie selezionate altamente digeribili (come quelle a basso tenore proteico), può ridurre le emissioni da fermentazione enterica dei ruminanti. È a tal fine utile lavorare anche alla maturazione del foraggio e al perfezionamento dei processi di fienagione e insilamento,

– gestione dei terreni dedicati al pascolo. I sistemi di agro-foresta apportano notevoli benefici in termini di sequestro di CO2 in atmosfera, recupero di biodiversità, maggiore resa produttiva e benessere animale,

– selezione delle razze più produttive e controllo sulla fertilità degli animali sono individuati come passaggi necessari anche per il controllo delle emissioni di GHG,

– gestione dei reflui appropriata, per ridurre la concentrazione di azoto nelle deiezioni, promuovendo un corretto compostaggio, tecniche di separazione solido-liquido e il loro utilizzo come fertilizzante organico,

Il sistema biologico, in agricoltura e zootecnia, garantisce senza dubbio un migliore equilibrio tra emissioni e sequestro del carbonio, con netta riduzione delle emissioni indirette. All’insegna del rispetto di salute umana e animale, benessere animale, tutela dell’ambiente. In due parole, One Health.

Il ruolo delle alghe in zootecnia

Una grande opportunità che merita di venire aggiunta alle raccomandazioni della FAO riguarda l’impiego di alghe in zootecnia. L’aggiunta di quote minime di alcune alghe nei mangimi, come si è visto, può consentire riduzioni straordinarie delle emissioni di metano dei ruminanti (fino al 99%).

Alghe e microalghe sono altresì oggetto di sperimentazioni di successo in allevamenti italiani e studi scientifici, per rafforzare il sistema immunitario degli animali. Con l’obiettivo di promuovere il benessere animale, riducendo l’impiego di antibiotici e altri farmaci veterinari. Approfondimenti a seguire.

Dario Dongo e Marina De Nobili

Note

(1) FAO (2019). Five practical actions towards low-carbon livestock. FAO, Roma. ISBN: 978-92-5-131985-7. http://www.fao.org/publications/card/en/c/CA7089EN/

(2) Si veda anche il rapporto ONU The World in 2050 (TWI 2050)

(3) La produzione agricola globale è a sua volta triplicata, tra il 1960 e il 2015 (UNEP, 2020). V. https://www.greatitalianfoodtrade.it/mercati/agricoltura-industriale-i-10-punti-critici-da-affrontare-rapporto-unep

(4) Si segnala al proposito la campagna Buycott! Olio di palma, soia OGM e carni americane, promossa da Égalité assieme a GIFT (Great Italian Food Trade). V. https://www.egalite.org/buycott-petizione/https://www.greatitalianfoodtrade.it/consum-attori/buycott-soia-ogm-palma-e-carni-americane-la-petizione

(5) Dario Dongo. Pesticidi, antibiotici e ormoni nel latte USA, lo studio. Urge l’etichetta di origine. GIFT (Great Italian Food Trade). 11.8.19, https://www.greatitalianfoodtrade.it/consum-attori/pesticidi-antibiotici-e-ormoni-nel-latte-usa-lo-studio-urge-l-etichetta-di-origine
(6) Anche perciò si sta lavorando, nel progetto di ricerca Camel Milk, allo sviluppo nel Mediterraneo della filiera del latte di cammella. Nell’ambito del progetto PRIMA (Partnership for Research and Innovation in the Mediterranean Area), in Horizon 2020
(7) La zootecnia rappresenta circa il 40% dei ricavi agricoli nei Paesi ad alto reddito, il 20% in quelli a basso-medio reddito (FAOSTAT, 2014)

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