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Latte di cammelli e capre per migliorare la resilienza climatica, lo studio su Nature Food

Ridurre i capi di bovini e aumentare cammelli e capre per la produzione di latte è una scelta utile per migliorare la resilienza climatica delle popolazioni che vivono nelle zone aride e semi-aride dell’Africa subsahariana settentrionale. La tendenza è oggetto di uno studio pubblicato su Nature Food.

Latte da cammelli e capre

La produzione di latte nell’Africa subsahariana settentrionale ha un ruolo di rilievo nel garantire la sussistenza e la sicurezza alimentare delle popolazioni locali – 256 milioni di abitanti perlopiù dipendenti da attività agricole e zootecniche – e limitrofe.

Da questa zona proviene l’86% del latte consumato in tutta l’Africa subsahariana, vale a dire 30 Mt, ripartite in 65% di latte da bovini, 25% da capre e 10% da cammelli. Il latte di cammella, infatti, è ancora poco diffuso in Europa, ma è noto per avere meno grassi saturi e lattosio e più minerali e vitamine (soprattutto vitamina C e vitamine del gruppo B) rispetto al latte bovino. E in Africa sta conquistando rapidamente nuovi consumatori.

Il peso dei cambiamenti climatici

La domanda di latte nell’Africa subsahariana è aumentata del 4% annuo negli ultimi decenni e si stima che triplicherà entro il 2050. Ma i cambiamenti climatici, con l’aggravarsi della siccità, ne mettono a dura prova la produzione.

produzione latte in Africa subsahariana

Alcune comunità di pastori nelle zone aride (ad esempio, Wodaâbe in Niger, Massaï in Kenya, Borana in Etiopia, Nuer in Sud Sudan e Fulani nell’Africa occidentale) hanno già cominciato a contrastare le avversità aumentando i capi di capre e cammelli. In confronto ai bovini, infatti, questi animali godono di maggiore resilienza climatica, in termini di resistenza alla siccità e alla scarsità di mangime. E producono latte (e carne) in tutte le stagioni. Senza sottovalutare l’utilità di diversificare la fonte di reddito, per meglio sopportare instabilità economiche, politiche ed ecologiche.

La corsa alla diversificazione delle mandrie

La scelta di diversificare gli animali da latte è condivisa da ‘oltre il 71,5% delle famiglie intervistate da un sondaggio della comunità di Borana della Contea di Isiolo, Kenya settentrionale’, riferiscono gli autori dello studio, che mirano a individuare le aree più interessate da questa trasformazione ‘adattativa’ e a misurarne l’impatto in termini di produzione di latte e sostenibilità ambientale.

Abbiamo trovato dieci casi nelle zone aride della NSSA (Africa subsahariana settentrionale, ndr) dove il passaggio dai bovini alle capre e ai cammelli è già evidente (East Pokot e contea di Isiolo in Kenya; Ngorongoro in Tanzania; Afar, Yabelo, Moyale e Jijiga in Etiopia; Somaliland in Somalia; Pastori di Misseriyya in Sudan; Stati di Kaduna e Kano in Nigeria) e questi si sovrappongono alle aree da noi identificate in condizioni di deterioramento (climatico, ndr)’, indicano gli autori dello studio.

Il modello ideale

Valutando ogni variabile, infine, i ricercatori hanno definito il modello ideale, vale a dire la migliore combinazione della mandria in termini di

  • massima produzione di latte,
  • minore consumo di acqua/mangime,
  • basse emissioni di gas serra (GHG).

Ne risulta che la composizione ideale della mandria nelle zone aride richiede un cambiamento importante

  • 9,7% di bovini, in confronto all’attuale 34,7%,
  • 68,3% di capre, contro il 52% attuale,
  • 22% di cammelli, ora al 13,3%.
sostituzione di bovini da latte con cammelli e capre nelle zone aride
Immagine tratta dallo studio in nota 1.

Nelle zone semi aride, la combinazione ideale è invece indicata in

  • 24% bovini (dall’attuale 47,7%),
  • 58,3% capre (ora al 46,3),
  • 17,7% cammelli (ora 6%).
sostituzione di bovini da latte con cammelli e capre nelle zone semi-aride
Immagine tratta dallo studio in nota 1.

L’insuperata via di mezzo

I ricercatori hanno anche sviluppato tre ipotesi estreme di modifica della mandria:

  • 100% capre,
  • 100% cammelli,
  • 50% capre e 50% cammelli.

Tutte le soluzioni estreme sono risultate sconvenienti. ‘Ad esempio, nel caso dello scenario 100% per capre, sebbene la sostituzione del 100% dei bovini con capre presenti vantaggi in termini di consumo di mangime (-15%), consumo di acqua (-33%) ed emissione di gas a effetto serra (-9%), la produzione di latte in questo scenario diminuirebbe del 26%’, spiegano i ricercatori.

Latte di capre e cammelli, domanda in aumento

Di necessità in virtù. In alcune regioni subsahariane il latte di capra e cammello è oggetto di una domanda crescente, alimentata anche dalla diffusione di informazioni sul loro pregiato profilo nutrizionale.

Nella contea di Samburu, in Kenya, dove storicamente l’allevamento di cammelli non era comune, è stato riferito che attualmente le famiglie preferiscono il latte di cammello ad altri tipi di latte. Nell’ultimo decennio, anche il mercato dei prodotti di capra e cammello si è notevolmente ampliato in NSSA (Africa subsahariana settentrionale, ndr) con una domanda crescente e una crescente consapevolezza dei benefici per la salute di questi prodotti (in particolare nel caso del latte/carne di cammello). Ad esempio, in Somalia è stata segnalata una rapida crescita della domanda di latte di cammello e della catena del valore del latte di cammello’.

Gli ostacoli

Nonostante la domanda cresca, permangono alcune difficoltà nella rimodulazione della pastorizia. Due su tutte:

  • gli ostacoli economici, con le femmine di cammello che costano il triplo delle mucche. ‘Nei mercati del bestiame del Kenya nel 2021, un cammello costava 421–526 dollari USA, che equivaleva a 2–3 bovini o 10 capre’,
  • la mancanza di conoscenze e competenze relative all’allevamento e alle pratiche di gestione degli animali e ai costi iniziali per l’acquisto di attrezzature e tecnologie aggiuntive necessarie per la conduzione di capre e cammelli. ‘Quando si passa dal bovino al cammello, sebbene un cammello maturo possa offrire un tasso di ritorno economico più elevato rispetto ai bovini e alle capre (a seconda del tipo di allevamento, razza del bestiame, situazione alimentare, posizione, ecc.), i cammelli possono avere svantaggi finanziari dovuti al loro tasso riproduttivo inferiore rispetto ad altre specie, dovuto alla loro pubertà relativamente tardiva (3 anni) e all’intervallo tra il parto più lungo (2 anni)’.

Gli auspici dei ricercatori

I citati vantaggi e le difficoltà richiedono un impegno innanzitutto politico, a sostegno dei pastori impegnati in questa transizione.

Gli stakeholders e le organizzazioni di ricerca in zootecnia ‘dovrebbero adottare un approccio multisettoriale che dia la priorità alla ricerca futura sui servizi di riproduzione, controllo delle malattie e nutrizione per queste specie’.

Tale sforzo, ‘dovrebbe enfatizzare sia le razze bovine resistenti al calore che l’aumento della produzione di latte di capra/cammello. Infine, miglioramenti nelle catene di approvvigionamento di prodotti lattiero-caseari di capra e cammello, come le tecnologie di lavorazione per migliorare i mercati dei prodotti lattiero-caseari di capra e cammello, strutture per trasportare il latte ai mercati locali e le infrastrutture di distribuzione e lavorazione per i mercati di produzione, sono essenziali per sfruttare il pieno potenziale dei cambiamenti nella composizione della mandria e realizzare la visione di una produzione lattiero-casearia sostenibile e sicura per il cibo nell’NSSA (Africa subsahariana settentrionale, ndr) entro il 2030’, concludono gli autori dello studio.

Note

(1) Rahimi, J., Fillol, E., Mutua, J.Y. et al. A shift from cattle to camel and goat farming can sustain milk production with lower inputs and emissions in north sub-Saharan Africa’s drylands. Nat Food 3, 523–531 (2022). https://doi.org/10.1038/s43016-022-00543-6

Marta Strinati
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Giornalista professionista dal gennaio 1995, ha lavorato per quotidiani (Il Messaggero, Paese Sera, La Stampa) e periodici (NumeroUno, Il Salvagente). Autrice di inchieste giornalistiche sul food, ha pubblicato il volume "Leggere le etichette per sapere cosa mangiamo".

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