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Sardegna, l’Antitrust indaga sui prezzi di latte e pecorino. Alcuni dati di mercato

Sardegna, l’Antitrust indaga sui prezzi di latte e pecorino. Alcuni dati di mercato

#PastoriSardi. L’Antitrust promette di indagare sui prezzi di latte ovino e pecorino nel corso degli anni. Ricordando una legge italiana, ignorata da molti, che vieta un’ampia serie di pratiche commerciali inique nel settore agro-alimentare. A seguire, alcuni dati e riflessioni. In allegato, le nostre tabelle ‘Latte ovino sardo e Pecorino Romano Dop. Dati produzione, export e prezzi, 2010-2018′.

Il Dormiglione. L’Antitrust e i pastori sardi

L’Autorità Garante della Concorrenza e del mercato (AGCM, c.d. Antitrust), il 14.2.18, ha annunciato di avere aperto un’istruttoria sui prezzi del latte sardo di pecora destinato alla produzione di Pecorino romano DOP. Con l’obiettivo dichiarato di verificare se i caseifici (e/o le cooperative?) abbiano imposto un prezzo di acquisto inferiore ai costi medi di produzione. In violazione della normativa sulle pratiche commerciali sleali nella filiera agroalimentare (legge 27/12, art. 62). Entro 120 giorni sarà reso noto l’esito dell’indagine.

Il procedimento è stato avviato nei confronti del Consorzio per la Tutela del Formaggio Pecorino Romano e di trentadue imprese di trasformazione ad esso aderenti – tutti con sede in Sardegna – ed è volto a verificare se tali operatori abbiano imposto agli allevatori un prezzo di cessione del latte al di sotto dei costi medi di produzione, in violazione dell’art. 62 del D.L. 1/2012. La pratica potrebbe, infatti, inquadrarsi in una situazione di significativo squilibrio contrattuale tra i caseifici e gli allevatori, questi ultimi parte debole del rapporto in ragione della natura altamente deperibile del latte e delle caratteristiche dimensionali e organizzative delle imprese di allevamento’. (AGCM, comunicato stampa 14.2.18)

L’articolo 62 della legge 24.3.12 n. 27 ha introdotto in Italia una serie di divieti, in relazione alle pratiche commerciali inique imposte ai fornitori di derrate agro-alimentari. (1) L’Antitrust – nella fase di conversione della citata normativa, dal DL 1/12 alla legge 27/12 – è stata designata quale unica autorità competente a vigilarne l’applicazione. (2) Ma nei 7 anni a oggi trascorsi, l’unica prescrizione effettivamente rispettata (da parte della sola GDO e non anche nel settore Ho.Re.Ca., Hotel Restaurants and Catering) è quella che attiene ai termini di pagamento (60 giorni fine mese data fattura per la generalità dei prodotti, 30 giorni per gli alimenti deperibili). (3)

Il Dormiglione’ di Woody Allen torna subito alla mente degli appassionati di cinema d’essai. Dopo un lungo periodo d’ibernazione, il protagonista riprende coscienza ed è però ancora frastornato. Così l’Autorità Garante, dopo 7 anni di catalessi nell’applicazione della norma, si risveglia con un comunicato stampa ove si cita un decreto-legge che neppure esiste più (essendo stato convertito in legge ordinaria, proprio 7 anni fa). Nel lungo periodo d’ibernazione, del resto, l’AGCM non ha mai provveduto ai doverosi controlli sull’applicazione dell’articolo 62. (4)

Magari fosse, il risveglio dell’AGCM sull’articolo 62. Potrebbe iniziare a occuparsi di Amazon, che impone ai propri fornitori contratti manifestamente abusivi e fuorilegge. Abbiamo già presentato una segnalazione, ma l’Antitrust ha deciso di archiviare senza neppure aprire l’istruttoria. Il Dormiglione era ancora ibernato, mentre il colosso di Cupertino continua a opprimere i fornitori, anche in Italia, con angherie di cui abbiamo dato prova. Erodendo quote di mercato alla GDO che, a differenza di Jeff Bezos, paga le tasse e occupa i lavoratori in Italia senza sfruttarli come criceti. 

È il mercato, bellezza!’ Latte ovino e Pecorino Romano DOP, i prezzi

A partire dal 2010, l’export del Pecorino Romano DOP ha iniziato a trainare la domanda di latte ovino sardo. Da qui l’aumento dei capi allevati, la rincorsa alla produttività (dal sistema estensivo di allevamento a quello semi-intensivo) e la grande illusione che ha condotto al tragico schianto. Il ‘miracolo americano’ ha raggiunto il culmine di prezzo nel 2014-2015 (da 8,14 a 9,33 €/kg in USA). Le vendite in USA sono impennate, dalle 9.432 tonnellate del 2015 alle 14.837 del 2016, con un picco di 15.400 ton nel 2017. Per ricadere, nel 2018, a 9.500. La produzione è a sua volta aumentata del 62% (!) tra il 2015 (22.000 ton) e il 2016 (35.631), calata del 22% (27.855) nel 2017 e risalita in pari misura (34.064, +22%) nel 2018. Pecore sarde sulle montagne russe, anzi italo-americane.

Il solo mercato USA ha consentito ai produttori di esportare Pecorino Romano DOP per 96 milioni di euro nel 2016 (93 nel 2017), a un prezzo medio di 7,61 €/Kg (6,06 nel 2017). Si è registrata una crescita media di ca. 15 milioni di euro, nel 2015 e 2016. Non si ha notizia però, ça va sans dir, di alcun biglietto verde reinvestito nella filiera. Salvo gasare le aspettative e spingere la produzione fino al delirio. E se la ‘spiegazione’ è quella di avere perso export nel 2018, accantonando troppo latte per sovrapproduzione (10.000 ton nel 2018, ha riferito Antonio Auricchio il 13.2.19), va altresì annotato che già da fine 2017 i prezzi del pecorino sono risaliti (attestandosi a 9,11 €/Kg in UE, 7,56 in USA).

Il prezzo del latte è suo malgrado agganciato alle strategie e pianificazioni deliberate dal Consorzio per la Tutela del Formaggio Pecorino Romano e delle 32 imprese ad esso aderenti, nell’interesse della trasformazione italiana. Ed è in questa fase della filiera che è pervenuta una liquidità costante e generosa. Considerato che, a parità di latte acquistato, i formaggi venduti Oltralpe hanno anche 1 €/kg in più proprio negli anni 2015/2016, 2016/2017 e 2017/2018.

Il ritorno di liquidità non compensa né giustifica gli errori previsionali (forse neppure così penalizzanti, secondo quanto riferito da cooperative, industrie, associazioni ‘sindacali’ e dei consumatori). E non appare congruo giustificare gli errori con una ‘diseconomia di scala’ (gli allevatori hanno fatto troppo, è stato realizzato meno formaggio, ne è stato venduto poco, ci siamo sbagliati, ha dichiarato il presidente di Coldiretti Ettore Prandini il 13.2.19 ). Non si ha notizia, piuttosto, di alcun reinvestimento dell’abbondante liquidità in innovazione, recupero del pascolo (e/o strategie di riduzione costi dei mangimi). Né nella difesa attiva del territorio, che si sarebbe potuta tradurre in qualità della vita locale, servizi, etc. Anzi.

Il modello di agricoltura si è avvitato su se stesso, al punto da fare emergere proposte di mangimi performanti per ottenere un latte sempre più competitivo, (apparentemente) in grado di simulare i valori del latte di pascolo e di ridurre i problemi di sviluppo e riproduzione degli animali in stalla. Ancora si insegue la ‘corsa all’oro’, con lo scenario di un ulteriore appiattimento dell’offerta di latte intensivo che già ora vincola gli agricoltori alla dipendenza dai volumi di vendita per coprire costi insopportabili.

Non ci stanno i pastori sardi che il 18.2.19 hanno sfidato apertamente i vertici del Consorzio, chiedendone le immediate dimissioni. I pastori vogliono arrivare a gestire le leve del comando scaricando contro il loro apparente nemico tutta la loro frustrazione.

Lo scarica-barile

Coldiretti insiste nel tentativo di scaricare su altri attori della filiera il peso di questa vera e propria battaglia. Senza alcun riconoscimento di (almeno parziale) responsabilità rispetto alle strategie di sviluppo della produzione primaria, adottate e perpetrate nell’ultimo decennio. Gli accordi tra cooperative/imprese e i ‘rappresentanti’ della terra hanno costretto gli allevatori a stravolgere il loro metodo produttivo, per poter rispondere alle domande ‘elastiche’ della fabbrica del pecorino. E quando il baratro della crisi ha iniziato a mostrarsi, coi primi segnali già nel 2010, non si è neppure provato a correggere il tiro.

L’Unione Nazionale Consumatori (UNC) interviene poi sulla filiera in affanno con un intervento fuori tempo e fuori luogo, il ‘prezzo politico del latte’. Quale politica, coi pastori in crisi, e quale latte (intensivo o estensivo)?

Illudersi di poter affrontare un problema di così vasta scala senza cambiare gli ‘elementi del sistema che lo hanno causato’ è così velleitario che se ne potrà parlare su Marte, più verosimilmente. Il latte non è tutto uguale, e i suoi valori autentici dovrebbero venire condivisi anzitutto da chi ambisce a rappresentare i consumatori, sul pianeta Terra.

Guardando i dati sulla produzione e l’abbandono alla pratica della pastorizia v’è piuttosto da chiedersi perché un Patrimonio UNESCO non venga valorizzato con appositi strumenti che incentivino – nel prezzo, nel contributo fiscale, nelle politiche di welfare – un latte di pascolo sardo. Seguendo l’esempio della Cina, che vuole incoraggiare il ritorno alle campagne con politiche attive, per impedire l’abbandono delle tradizioni e dei loro valori.

Se Adriano Olivetti fosse nato in queste terre di tutti gli scenari possibili quello di oggi non si sarebbe verificato. Avere a disposizione ampi margini dovuti a scelte rischiose – e al rischio di impresa più importante di tutti, la forza lavoro – implica la responsabilità di saper proteggere queste scelte fino in fondo. Attraverso il sostegno attivo di territorio, famiglie degli allevatori, tradizioni e latte d’erba.

Dario Dongo e Guido Cortese

ALLEGATI –  Tabelle ‘Latte ovino sardo e Pecorino Romano Dop. Dati produzione, export e prezzi, 2010-2018′.

TABELLA 1

TABELLA 2

TABELLA 3

TABELLA 4

TABELLA 5

TABELLA 6

TABELLA 7

TABELLA 8

 

Note 

(1) Per approfondimenti si veda l’ebook gratuito di Dario Dongo, ‘Articolo 62, una rivoluzione?’, su https://ilfattoalimentare.it/ebook-articolo62

(2) La Confindustria allora guidata da Giorgio Squinzi, in palese conflitto di interessi con buona parte della sua base associativa (le PMI di settore agroindustriale), aveva concordato con Federdistribuzione (ai tempi presieduta da Giovanni Cobolli Gigli) di vanificare l’applicazione della norma. E vi riuscì, con il risultato di sottrarre alla Guardia di Finanza la competenza ad avviare indagini (anche d’ufficio) e irrogare sanzioni. La stessa Confindustria, pochi mesi dopo, aveva goffamente provato ad addurre la prematura abrogazione dell’articolo 62. In tal caso senza successo. Si veda l’articolo https://ilfattoalimentare.it/articolo-62-ministero-politiche-agricole-reagisce-complotto-abrogatorio-legge-in-vigore.html

(3) L’accordo ‘politico’ di cui alla precedente nota, intervenuto in fase di conversione del decreto legge in legge ha oltretutto posticipato i termini di pagamento, prevedendo la loro decorrenza da ‘fine mese data fattura’ anziché dal giorno della consegna delle merci o di ricezione della fattura, come in origine previsto

(4) Fatto salvo un solo intervento tardivo, a tutela di una piccola cooperativa frattanto fallita (!). Circa l’inedia dell’AGCM nel vigilare l’applicazione dell’articolo 62, si vedano i casi denunciati da Dario Dongo nei precedenti articoli https://ilfattoalimentare.it/horeca-hotel-ristoranti-catering-articolo-62-agcm-gazzetta-ufficiale-antitrust.htmlhttps://ilfattoalimentare.it/articolo-62-furberie-supermercati-pagamenti.htmlhttps://ilfattoalimentare.it/articolo-62-fipe-federazione-pubblici-esercizi-istiga-associati-violare-legge.htmlhttps://ilfattoalimentare.it/articolo-62-ennesimo-invito-infrangere-legge-da-parte-grossista-segnalazione-lettore.htmlhttps://ilfattoalimentare.it/articolo-62-tar-conferma-validita-norma-pochi-rispettano.htmlhttps://ilfattoalimentare.it/articolo-62-regolamenti-filiera.html,

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