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Burro di karité, dai cosmetici all’alimentare

Burro di karité, dai cosmetici all’alimentare

Il burro di karité, ben noto per l’uso in cosmetica, è sempre più presente negli alimenti confezionati. Cioccolato in primis, margarine vegetali e prodotti da forno in prospettiva, per ampliare il ventaglio di alternative all’olio di palma – di cui si rilancia il #buycott – e ai grassi idrogenati.

Karité, gli utilizzi tradizionali

Il burro di karité (shea butter, in inglese) è estratto dai semi dei frutti di un albero (Butyrospermum parkii Vitellaria paradoxa) diffuso in larga parte dell’Africa. Ove si utilizza da sempre nella preparazione dei cibi, ma anche per i trattamenti cosmetici e fitoterapici. Alle proprietà emollienti e lenitive della cute si aggiunge, tra l’altro, l’efficacia del suo unguento nella decongestione nasale. (1)

In Europa il karité viene importato da decenni e utilizzato soprattutto nella preparazione di cosmetici e farmaci tradizionali di origine vegetale. L’industria alimentare lo ha a sua volta inserito in quale sostituto di altri ingredienti. In particolare:

– nel cioccolato, viene aggiunto quale alternativa economica al più costoso burro di cacao. L’impiego di grassi vegetali diversi da quello del cacao è infatti ammesso in misura fino al 5%. (2) E lo shea butter viene comunemente impiegato in Francia, come in Belgio e Germania,

– nella margarina, come quella appena lanciata dal colosso olandese Bunge Loders Croklaan. Così dunque, in prospettiva, anche in prodotti da forno e snack. Al pari dell’olio di palma – escluso da molte ricette, dopo l’allerta di EFSA – il burro di karité si presta alle lavorazioni industriali grazie alla sua naturale consistenza. Senza richiedere processi di idrogenazione, che invece provocano la formazione di sostanze pericolose come gli acidi grassi trans.

Burro di karité, prospettive di crescita

Il mercato globale del burro di karité crescerà in misura sostanziale negli anni a venire. +65% nel prossimo quinquennio, secondo le previsioni, fino a superare i 2,9 miliardi di US$. (3)

Gli attuali protagonisti nella produzione sono i colossi globali Bunge e Cargill, oltre alla ghanese Savanna Shea Industries, la britannica Croda International, il francese Olvea Group, la svedese-canadese AAK AB, la britannica Cornelius Group plc., la ghanese Ghana Nuts Co. Ltd, la belga-ghanese International Oils & Fats Limited (proprietà giapponese), la cooperativa di una onlus ghanese Akoma Cooperative Multipurpose Society.

Karité, un ingrediente sostenibile?

La coltivazione del karité è tuttora affidata a innumerevoli microimprese agricole familiari nel continente africano. L’organizzazione GSA (Global Shea Alliance), che riunisce 500 membri in 35 Paesi, si propone come ‘garante di un patto’ tra produttori africani e distributori occidentali. Dichiarando di voler produrre questo ingrediente nel rispetto di ambiente e lavoratori.

La sostenibilità è peraltro ancora tutta da verificare. E dovrà venire mantenuta sotto vigile controllo, con attenzione ai diritti delle comunità indigene sulle loro terre nonché ai rischi di deforestazione, sfruttamento dei lavoratori e lavoro minorile che già macchiano altre commodities di origine tropicale, dall’olio di palma al cacao.

Note

(1) A. Tella. Preliminary studies on nasal decongestant activity from the seed of the shea butter tree, butyrospermum parkii Br.J. Clin. Pharmac. (1979), 7,495-497 https://bpspubs.onlinelibrary.wiley.com/doi/epdf/10.1111/j.1365-2125.1979.tb00992.x

(2) Dal 2003, nel cioccolato prodotto in Unione Europea è ammesso l’impiego dei seguenti grassi vegetali: burro d’Illipé, sego del Borneo o Tengkawang, olio di palma, grasso e stearina di Shorea robusta (sal), burro di karité, burro di cocum, nocciolo di mango. V. direttiva 2000/36/CE 

(3) V. ricerca di mercato Shea Butter Market revenue to cross $2.9 billion by 2025: Global Market Insights, Inc. (2019)

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