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La lobby del palma arranca sugli specchi e reagisce all’articolo di Great Italian Food Trade “Palma Leaks, le multinazionali sapevano”

La lobby del palma arranca sugli specchi e reagisce all’articolo di Great Italian Food Trade “Palma Leaks, le multinazionali sapevano”

La lobby del palma continua a scivolare, dopo il verdetto di Efsa sul rischio di cancerogenicità e tossicità del grasso tropicale. Torna così alla carica, contestando le notizie riferite da Great Italian Food Trade nell’articolo “Palma Leaks, le multinazionali sapevano”.

Great Italian Food Trade, a ben vedere, non ha fatto altro che raccogliere dati di fonti indipendenti – come gli studi pubblicati da università ed enti di ricerca, le relazioni delle autorità europea (Efsa) e tedesca per la sicurezza alimentare – nonché le presentazioni rese da Nestlé in convegni internazionali. A ogni buon conto, si allegano le contestazioni e i relativi commenti.

Chi difende l’olio di palma. UPS?

Il pericoloso grasso tropicale è ormai del tutto inviso ai consumatori, al punto che sia i leader della GDO (Coop Italia ed Esselunga in testa), sia le industrie dolciarie più attente evidenziano anche in pubblicità la sua esclusione dalle ricette dei propri prodotti. Ma qualcuno ancora resiste, a dispetto di ogni evidenza.

A rappresentarlo è la “Unione italiana per l’olio di palma sostenibile” (UPS), una neonata associazione che in pochi mesi, dalla fine del 2015, ha invaso i media nazionali con una campagna pubblicitaria mirata a convincere i consumatori sull’ipotetica ‘bontà’ del grasso tropicale.

“Unione italiana per l’olio di palma sostenibile” (UPS) è composta dai colossi industriali che impiegano tale grasso nella produzione di alimenti e altri beni di consumo: Nestlé, Unilever, Unigrà e Ferrero, secondo il sito ufficiale dell’associazione. Al loro fianco, tra i “membri associati”, figurano AIDEPI (Associazione delle Industrie del Dolce e della Pasta Italiane, alla quale aderiscono ‘in primis’ i gruppi industriali di cui sopra, oltre a Barilla) e ASSITOL (Associazione Italiana dell’Industria Olearia, ove invece siede Unigrà).

Curiosamente è proprio questa associazione UPS, da noi mai citata, la quale dichiara di lavorare alla sostenibilità dell’olio di palma, a pretendere una “rettifica” dei dati obiettivi di cui sopra. Vediamo come.

Le “contestazioni”, o “teorie”, di UPS

Allo scopo di informare correttamente i non addetti ai lavori, esponiamo le “contestazioni”, che è forse più consono denominare “teorie”, della “Unione italiana per l’olio di palma sostenibile” (UPS).

Teoria n. 1 –  “Non è vero che assistiamo a un’invasione di olio di palma e che negli ultimi anni se ne consuma (attraverso gli alimenti) 4 volte di più”.

UPS contesta i dati ISTAT da noi citati sulle quantità di palma importato in Italia negli ultimi anni, e sul suo crescente impiego nell’industria alimentare. Abbiamo avviato verifiche, insieme al Fatto Alimentare, e provvederemo a un aggiornamento. Del resto, solo a partire dal dicembre 2014 è stato possibile scoprire come questo grasso tropicale fosse presente in una miriade di alimenti, grazie all’applicazione del regolamento UE 1169/11 che ha imposto di precisare in etichetta la natura fino ad allora occultata degli “oli e grassi vegetali” citati in lista ingredienti.

Quand’anche i numeri dati da UPS risultassero corretti, è la loro lettura alla luce del parere Efsa che preoccupa. Il largo impiego di olio di palma negli alimenti, e in particolare su quelli destinati a bambini e adolescenti, potrebbe avere già causato l’attivazione diffusa di alterazioni organiche o processi infiammatori.

Teoria n. 2 – “Non è vero che ‘le aziende sapevano’ già dal 2004 che la presenza di questi contaminanti era pericolosa per la salute dei consumatori”.

I “Palma leaks” pubblicati da Great Italian Food Trade dimostrano che già a partire dal 2004 università, enti di ricerca e pubbliche autorità hanno iniziato a pubblicare studi tossicologici internazionali sulla pericolosità e ricorrenza – nel palma, e in alimenti che lo contengono – dei contaminanti 3-mcpd, 2-mcpd, GE.

“Big Food” non poteva “non sapere”, e ha infatti partecipato sia ad appositi gruppi di lavoro, sia a convegni internazionali a ciò dedicati. Tra gli “Industry members” del gruppo di lavoro di ILSI (“International Life Science Institute”, Bruxelles) dedicato ai contaminanti detti, in un rapporto del 2009 figurano tra gli altri Kraft Foods, Mars, Nestlé, PepsiCo International, Premier Foods, Procter & Gamble e Unilever.

Tra i “Palma leaks” si è riportata la presentazione di un ricercatore di Nestlè a un simposio internazionale, nel 2009, ove si citava la relazione emessa nel 2007 dall’Autorità tedesca per la sicurezza alimentare per evidenziare la necessità di ridurre i livelli dei contaminanti cancerogeni negli alimenti e nelle formule di proseguimento per lattanti.

“Big Food” ben conosceva gli esiti delle ricerche condotte in Germania dall’Autorità tedesca e dall’istituto CVUA che, dopo avere misurato – tra il 2007 e il 2008 – i livelli di contaminazione da agenti cancerogeni in 400 alimenti, aveva a sua volta confermato i profili di rischio dell’olio di palma ovunque impiegato. Dalla Germania, primo Paese in Europa per la produzione di alimenti, il leader mondiale Nestlé aveva tra l’altro comandato in quegli anni un suo dirigente, Dr. Gunther Fricke, a presiedere il Gruppo di Lavoro “Food Safety Management” presso la Confederazione delle Industrie Agro-Alimentari in Europa (CIAA, ora Food Drink Europe).

La stessa “Unione italiana per l’olio di palma sostenibile” (UPS) da ultimo, in un incontro televisivo del 6 maggio 2016, ha infatti confermato che l’industria sapeva dei rischi correlati al consumo di olio di palma (al 56° minuto).

Teoria n. 3 –  “I prodotti che contengono olio di palma non vanno considerati pericolosi per la salute del consumatore”.

UPS prova a sminuire le valutazioni scientifiche di Efsa, l’Autorità europea per la sicurezza alimentare, proponendo in “contraltare” i pareri dell’Istituto Mario Negri (2014) e dell’ISS (2015), nei quali tuttavia non risulta siano stati considerati i pericoli dei contaminanti di cui il palma è ricco.

Sembra quasi compiacersi, UPS, della colpevole inerzia della Commissione europea la quale – con buona pace del parere pubblicato da Efsa il 3 maggio 2016, e del proprio primario ruolo di salvaguardia della salute dei nostri cittadini – non ha ancora adottato le doverose misure per la gestione del rischio di sicurezza alimentare in questione.

Vale perciò la pena di richiamare alcuni passaggi delle conclusioni del citato parere di Efsa, estratti dal suo comunicato stampa.

Sui contaminanti GE:

“I più elevati livelli di GE, come pure di 3-MCPD e 2-MCPD (compresi gli esteri) sono stati riscontrati in oli di palma e grassi di palma, seguiti da altri oli e grassi. Per i consumatori a partire dai tre anni di età, margarine e ‘dolci e torte’ sono risultati essere le principali fonti di esposizione a tutte le sostanze”.

“Ci sono evidenze sufficienti che il glicidolo sia genotossico e cancerogeno”.

“L’esposizione ai GE dei neonati che consumino esclusivamente alimenti per lattanti costituisce motivo di particolare preoccupazione, in quanto è fino a dieci volte il livello considerato a basso rischio per la salute pubblica”.

Sui contaminanti 3-MCPD e 2-MCPD:

“Abbiamo stabilito una dose giornaliera tollerabile (DGT) di 0,8 microgrammi per chilogrammo di peso corporeo al giorno (µg/kg di peso corporeo/giorno) per 3-MCPD e i relativi esteri degli acidi grassi sulla base delle prove che collegano questa sostanza a un danno d’organo nei test sugli animali”.

“La stima delle esposizioni medie ed elevate al 3-MCPD di entrambe le forme per le fasce di età più giovani, adolescenti compresi (fino ai 18 anni di età), supera la DGT e costituisce un potenziale rischio per la salute”.

“Le informazioni tossicologiche sono troppo limitate per stabilire un livello sicuro per 2-MCPD”.

“L’olio di palma contribuisce in maniera rilevante all’esposizione a 3-MCPD e 2-MCPD nella maggior parte dei soggetti. I livelli di 3-MCPD e dei suoi esteri degli acidi grassi negli oli vegetali sono rimasti sostanzialmente invariati negli ultimi cinque anni”.

“Il gruppo scientifico ha inoltre espresso una serie di raccomandazioni affinché si conducano ulteriori ricerche per colmare le lacune nei dati e migliorare le conoscenze sulla tossicità di queste sostanze, in particolare di 2-MCPD, e sull’esposizione dei consumatori ad essi tramite l’alimentazione”.

Dario Dongo

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