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‘Dual quality foods’ in Europa, l’Ungheria chiede chiarezza in etichetta

‘Dual quality foods’ in Europa, l’Ungheria chiede chiarezza in etichetta

Dual quality foods‘ in Europa. Alimenti confezionati con lo stesso marchio, ma di qualità diversa a seconda del mercato di destinazione. La stampa e la politica dei paesi dell’Est Europa si attivano. E l’Ungheria presenta a Bruxelles un disegno di legge che chiede chiarezza in etichetta. Se il prodotto è di serie B, lo si deve sapere. Ma qualcuno in Italia vorrebbe contestare l’iniziativa di Budapest.

Dual quality foods, una questione fondata

Le autorità e le organizzazioni di consumatori dei Paesi dell’Est Europa hanno a più riprese denunciato la discriminazione nei loro confronti da parte dei colossi di Big Food. I quali, secondo l’accusa, destinerebbero ai mercati oltre l’ex cortina di ferro alimenti di qualità inferiore a quelli forniti con gli stessi brand in Europa occidentale. Senza peraltro che alla minore qualità corrispondano prezzi più vantaggiosi.

La questione è più seria di quanto non si possa credere, ed è infatti stata oggetto di un’apposita interrogazione del Parlamento europeo. (1) A firma degli eurodeputati Daciana Octavia Sârbu (Romania) e Pavel Poc (Repubblica Ceca) – Gruppo Socialisti e Democratici – i quali hanno denunciato la disparità di trattamento delle industrie alimentari multinazionali a discapito dei consumatori est-europei. (2) Sollevando dubbi, tra l’altro, in merito all’impatto di tale fenomeno sulla salute dei cittadini. (3)

The last thing Europe needs is a new Nutella checking agency

[Christian Schmidt, ministro tedesco dell’agricoltura]

Il Presidente della Commissione europea ha preso atto delle denunce di Repubblica ceca e Slovacchia, Ungheria, Romania e Bulgaria, Slovenia.

Jean-Claude Juncker ha così provato a dirimere ogni questione con una proposta provocatoria, sicuro del suo rifiuto da parte degli Stati membri che dominano lo scacchiere europeo. Costituire un’Agenzia europea per la protezione dei consumatori, con il compito di garantire l’uniformità della qualità del cibo nel Mercato unico.  In alternativa, per il Commissario, si potrebbe provare a inibire le ‘pratiche fuorvianti’ mediante un’applicazione ‘più rigorosa’ della legislazione europea in vigore.

dual quality interna

L’Ungheria si muove

Nel silenzio dell’Europa, l’Ungheria si muove. Anzi si è già mossa, notificando a Bruxelles un disegno di legge (5) che prescrive di etichettare in quanto tali i ‘Dual quality foods‘. Attribuendo altresì il potere di supervisione alle autorità nazionali del controllo pubblico ufficiale.

Un vero smacco per Big Food, che si troverebbe così costretta a comunicare ai consumatori ungheresi ogni eventuale variazione di ricetta dei prodotti loro destinati. Ma il progetto normativo è ora soggetto allo scrutinio della Commissione europea, che entro il 21 agosto 2017 potrebbe bloccarlo o ritardarne l’applicazione.

Proprio dall’Italia, secondo voci di palazzo, potrebbe provenire una nota circostanziata volta a contrastare l’iniziativa di Budapest. Adducendo difetti formali, come la scarsa chiarezza della norma e la mancanza della clausola di mutuo riconoscimento. (6)

Rimane da chiedersi il perché, e nell’interesse di quale o quali gruppi industriali. Posto che, nella tradizione italiana, i prodotti migliori sono stati sempre contrassegnati dal sigillo ‘qualità export’. Ed è un vero peccato che le opache pratiche commerciali di un solo gruppo industriale possano nuocere alla reputazione della filiera alimentare Made in Italy.

I sospetti non mancano – la stampa internazionale addita Nutella -, il coraggio e la governance nella rappresentanza invece sì.

Dario Dongo

Note

(1) V. http://www.europarl.europa.eu/sides/getDoc.do?pubRef=-//EP//TEXT+WQ+E-2016-008709+0+DOC+XML+V0//EN 

(2) Un’inchiesta di mercato condotta a Praga ha mostrato come la Sprite ceca abbia più dolcificanti artificiali di quella tedesca. E come i bastoncini surgelati Igloo abbiano il 7 per cento meno di pesce. Sigh!

(3) La qualità inferiore degli alimenti destinati all’Europa dell’Est si traduce infatti nell’impiego di ingredienti di minor pregio anche dal punto di vista nutrizionale. Col rischio di una maggiore esposizione dei consumatori di tali Paesi a grassi, grassi saturi, zuccheri e sale. A causa del maggior utilizzo di olio di palma, ad esempio, che sui mercati europei più maturi è stato sostituito con grassi dai profili nutrizionali decisamente migliori

(4) Una misura essenzialmente indefinita e indefinibile, atteso che non esiste alcuna regola specifica cui riferirsi per la gran parte delle produzioni alimentari non soggette a norme specifiche armonizzate (quali invece, ad esempio, i regolamenti sull’Organizzazione Comune dei Mercati)

(5) V. http://ec.europa.eu/growth/tools-databases/tris/it/search/?trisaction=search.detail&year=2017&num=199

(6) La clausola secondo cui le norme non si dovrebbero applicare a prodotti legalmente fabbricati in altri Paesi membri nel rispetto delle regole comuni. La quale, ove applicata, priverebbe di significato la normativa stessa, che ambisce infatti a identificare i prodotti internazionali di qualità inferiore allorché destinati al mercato ungherese

 

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