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Vegetariano e Vegano, identità e garanzie. Una proposta

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Vegetariano e Vegano, Uno Nessuno e Centomila. Le etichette dei prodotti così contrassegnati rimangono in cerca d’identità. Una riflessione e una proposta, agli operatori della filiera e ai policy-maker.

Migliaia di nuovi alimenti sono piovute sul mercato negli ultimi anni, grazie alla crescita straordinaria della categoria vegan e vegetarian. La componente di servizio e il concept della salubrità, oltretutto, hanno esteso il consumo dei piatti pronti a base vegetale pure ai carnivori più incalliti.

L’identità dei cibi presentati come vegetariani o vegani è però enigmatica, in parecchi casi. Metri lineari di scaffali dei supermercati sono affollati di prodotti il cui nome è spesso limitato all’evocazione di un corrispondente alimento a base di carne, con l’aggiunta della ‘parolina magica’. Non basta.

Un burger vegano, ad esempio, può in alcuni casi offrire una quantità significativa di proteine, carboidrati e grassi. In altri casi, solo un modesto tenore di zuccheri e fibre vegetali. Il valore biologico delle proteine può variare sensibilmente in ragione delle loro fonti (es. soia, frumento) e delle combinazioni (es. cereali più legumi) che permettono di integrare l’apporto di aminoacidi essenziali.

Nomi di fantasia come burgernuggets, polpette vegetali sono perciò del tutto privi di significato, al di fuori della notizia di assenza di carni o ingredienti di origine animale.  Per capire se si tratti di una pietanza o di un contorno, il consumatore è così costretto a capovolgere ogni confezione. Consultare la lista ingredienti e la tabella nutrizionale, nella speranza di venirne a capo.

La denominazione dell’alimento dovrebbe venire esposta sul fronte dell’etichetta e soprattutto codificata. Va stabilito l’obbligo di precisare, accanto alla denominazione, l’ingrediente primario (es. ‘preparato a base di grano e ceci’, o ‘a base di verdure’). Solo così – proprio in quanto trattasi di alimenti nuovi – il consumatore potrà identificare con facilità quelli che corrispondono alle sue esigenze dietetiche e di composizione del pasto. (1)

Le diciture ‘vegano’, ‘vegetariano’ o simili devono altresì venire disciplinate con uniformità nel Mercato interno all’UE. In accordo con le Linee guida della European Vegetarian Union, le quali rispondono al sentire comune brillano per chiarezza. All’impiego di tali diciture ovviamente dovrà corrispondere lo scrupoloso rispetto delle relative prescrizioni, cui dovrà aggiungersi l’obbligo della c.d. tracciabilità interna. (2)

I simboli Vegetarian e Vegan devono altresì venire uniformati a livello europeo, come già accade per i prodotti bio. Al preciso scopo di facilitare gli acquisti di alimenti di vario tipo da parte dei consumatori vegetariani e vegani. Risparmiandoli dall’esigenza di studiare liste di ingredienti che sono talora enigmatici ‘per legge’, (3) sotto il profilo della compatibilità con tali diete.

Le etichette a semaforo sono altresì indispensabili sui ‘nuovi cibi’ destinati a vegetariani e vegani. A maggior ragione in quanto tali prodotti oggi rispondono a un’aspettativa – talora infondata, (4) e pur legittima – di ‘scelta salutistica’. E invece spesso non è così, come abbiamo mostrato in una recente indagine di mercato che rivela tenori di sale decisamente eccessivi rispetto alle raccomandazioni OMS.

Buone prassi e nuove regole, per la miglior tutela dei consumAttori.

Dario Dongo

Note

(1) Al di fuori dei preparati della tradizione macrobiotica come tofu, seitan, tempeh. E dei condimenti tradizionali, quali tamari, shoyu, gomasio, umeboshi

(2) Vale a dire che, per poter etichettare un alimento come vegano o vegetariano, l’operatore responsabile dovrà garantire la registrazione completa di tutti gli ingredienti, additivi e coadiuvanti tecnologici impiegati nella sua lavorazione. Oltre alla segregazione dei cicli produttivi (rispetto a quelli in cui invece si utilizzino ingredienti di origine animale), ovvero alla sanificazione di locali e attrezzature

(3) Come è il caso della gelatina alimentare, tipicamente realizzata a partire da carcasse di suini e bovini. Dei mono e digliceridi degli acidi grassi, che possono venir citati come tali quand’anche di origine animale. E di svariati additivi

(4) Troppi prodotti sono stati lanciati sul mercato con una fretta, imposta dal marketing, che spesso non ha consentito ai reparti Ricerca e Sviluppo di sviluppare processi senza impiegare additivi a go-go. Nè calibrare i profili nutrizionali dei prodotti

 

Informazioni sull'autore

Dario Dongo

Dario Dongo

Dario Dongo, avvocato e giornalista, PhD in diritto alimentare internazionale, fondatore di WIISE (FARE - GIFT – Food Times) e cofondatore del Fatto Alimentare.