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Il costo sociale della spesa alimentare

Il costo sociale della spesa alimentare

Qual è il costo sociale della nostra spesa alimentare quotidiana? A una domanda solo in apparenza semplice corrispondono risposte svariate quanto opache, purtroppo. In relazione alle numerose filiere produttive ovunque basate e alle pratiche in essere presso i diversi canali di distribuzione. Spunti di riflessione da un recente rapporto di Oxfam.

Oxfam, ‘Maturi per il cambiamento’. Il rapporto

Il rapporto Oxfam Maturi per il cambiamento è dedicato allo sfruttamento delle filiere di approvvigionamento dei supermercati. Un rapporto che dimostra, dati alla mano, il dilagare delle diseguaglianze nell’economia globalizzata. Laddove il settore agroalimentare, ahi noi, non fa eccezione. 

Il mercato alimentare globale è governato dalle grandi catene della GDO (Grande Distribuzione Organizzata). Le filiere sono a servizio dei supermercati, giocatori e arbitri al tempo stesso di una partita che vede spesso sconfitti i lavoratori (e ancor peggio, le lavoratrici) nei Paesi ove tanto nasce, si coltiva e si trasforma. Sotto il turbine di pratiche commerciali sleali che schiacciano le filiere produttive con prezzi di acquisto talora ridicoli e clausole contrattuali sovente inique.

All’opulenza patologica di una ristretta parte del pianeta corrisponde l’umana sofferenza di chi lavora per riempire scaffali a prezzi ribassati. Nella ricorrente violazione dei diritti umani, vuoto di tutele sindacali e salari ai limiti della sopravvivenza. Vite senza dignità né prospettive.

Un dipendente di un’industria ittica tailandese di lavorazione dei gamberetti – scrive e documenta Oxfam – dovrebbe lavorare più di 1.700 anni per mettere insieme lo stipendio annuo dell’AD di un supermercato britannico. 

Lo sfruttamento dei lavoratori senza diritti avviene peraltro anche a pochi chilometri dalle nostre case. Nei feudi del caporalato europeo, in Italia come in Spagna, piuttosto che nei centri logistici di Amazon.

780 milioni di lavoratori nel mondo vivono al di sotto della soglia di povertà (2US$/die).   Basterebbe variare la rotta di pochi gradi per passare dalla Globalizzazione dello sfruttamento alla Grande Ri-Distribuzione. Senza neppure incidere sui prezzi al dettaglio. Favorire modelli di crescita in loco, come propone Oxfam, contribuisce tra l’altro a migliorare l’efficienza della filiera, aggiungiamo noi. E gli strumenti non mancano.

SA8000, un segno di civiltà 

SA8000 è il primo standard etico oggetto di certificazione. Risale al 1997, è giunto alla sua quarta edizione e conta oggi 3.728 imprese certificate nel mondo. Coop Italia è stata la prima catena della GDO ad adottare lo standard, già da 20 anni ormai.

La norma SA8000 prescrive la conformità a pochi ma imprenscindibili requisiti: 

– NO al lavoro infantile, al lavoro forzato, alle discriminazioni, 

– SÌ a salute e sicurezza, libertà di associazione, pratiche disciplinari, orario di lavoro, retribuzione equa.

Non basta la cosmesi delle procedure aziendali, non serve il greenwashing mascherato da CSR. L’organizzazione deve applicare la necessaria diligenza – e coscienza, aggiungiamo noi –  per verificare la conformità allo standard SA8000 anche dei propri fornitori e sub-fornitori ovunque localizzati.

Il fair-trade deve rappresentare la regola, nel rispetto dei diritti essenziali dei lavoratori che sono stati definiti a livello internazionale in sede ILO (International Labor Office). Affinché ciò avvenga, affidiamoci solo a chi sia in grado di garantire – tramite SA 8000 o altre certificazioni – che tali diritti sono stati davvero rispettati. Solo così gli altri operatori si troveranno costretti ad adeguarvisi a loro volta.

Dario Dongo

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