Consum-attori

Il carrello della spesa sostenibile, l’ABC

Dopo il Global Climate Strike, viene indetto oggi in Italia il primo dei Saturdays for Future. La rivoluzione nel carrello della spesa serve proprio a salvare il pianeta. Lasciare a scaffale i prodotti insostenibili, acquistare quelli buoni e giusti. L’ABC a seguire.

Global Climate Strike, l’allegria che piace a tutti

Milioni di giovani hanno manifestato con allegria anche ieri, come nei precedenti Fridays for Future. Esprimendo un sentimento genuino e ingenuo, quasi sempre privo di cognizione sulle principali cause della crisi in atto – non solo ecologica, ma anche sociale – e su come contribuire a mitigarla. Così, nel sempre utile richiamo ad almeno uno dei Sustainable Development Goals (SDGs) in Agenda ONU 2030 – non si richiede alcun impegno concreto, né alla politica né al settore privato.

La gioiosa manifestazione giovanile raccoglie quindi il supporto dei padroni del mondo occidentale, che la proiettano ‘a reti unificate’ sui media da essi controllati. Non a caso forse, Bank of America, Coca Cola e Open Society (George Soros) si registrano tra gli sponsor. E si tirano colpi di fioretto a Mosca e Pechino, con la scusa che a Hong Kong e alla Piazza rossa non si siano visti proseliti di Greta. I Fridays for Future sono dunque sotto controllo e torneranno utili a sostenere tutto ciò che tornerà utile ai soliti noti. Magari anche a giustificare nuove pressioni su Iran e Venezuela, in quanto produttori di petrolio.

Saturdays for Future, l’iniziativa di ASviS e NeXt

L’idea geniale dei Saturdays for Future proviene dal portavoce dell’ASviS (Alleanza italiana per lo Sviluppo Sostenibile) Enrico Giovannini. In un recente convegno, il 5.6.19, dedicato all’impatto della consapevolezza – sui problemi socio-ambientali – sulle scelte di consumo. A esito della positiva esperienza del CashMob organizzato il 17-18.5.19 da ASviS e NeXt – (Nuova Economia per tutti), in collaborazione con Coop Italia.

Consumare in modo consapevole e responsabile significa, in primo luogo, evitare lo spreco, ridurre al minimo i rifiuti, riciclare e scegliere in modo responsabile i prodotti che si acquistano, guardando alla sostenibilità del nostro modello di sviluppo’. (Enrico Giovannini, ASviS, 5.6.19).

L’iniziativa si ripete in una serie di punti vendita Coop, allestiti il sabato con stand e materiale informativo su come contribuire al Bene comune attraverso scelte responsabili di consumo. Il primo esperimento, condotto a maggio 2019, ha avuto risultati sorprendenti in termini di incremento degli acquisti di prodotti ‘buoni’ per l’ambiente e la società (+18%). È quindi utile e prezioso organizzare questi eventi nell’intero corso dell’anno. Non solo in un gruppo della GDO – neppure il primo tra l’altro, dopo il sorpasso di CONAD – ma sull’intero canale della Grande Distribuzione Organizzata.

Consumi alimentari sostenibili, l’ABC

Su quali Valori ragionare quando si fa la spesa, affinché le nostre scelte favoriscano anche il nostro prossimo e i nostri figli, oltre alla gratificazione personale? Alcuni spunti a seguire:

– attenzione agli ecosistemi. La migliore garanzia si trova nell’agricoltura biologica, è fuor di dubbio. Altre iniziative, come l’eliminazione di glifosato e altri agrotossici dalla propria ortofrutta da parte di Coop Italia, meritano comunque grande apprezzamento,

– rispetto verso i lavoratori, tutti coloro che partecipano alle filiere ovunque originate nessuno escluso. Il gruppo cooperativo da oltre 20 anni garantisce ciò attraverso la certificazione SA 8000, altri mediante singoli progetti di cui è sempre bene tener conto,

– filiere eque e sostenibili. Il c.d. fair trade costituisce ancora un’eccezione, mentre dovrebbe divenire la regola, suggellata da norme cogenti internazionali. Nelle filiere di origine lontana, ove lo sfruttamento di esseri umani e comunità è sistematico, come in quelle più vicine, tuttora afflitte da caporalato ed ecomafie,

– salute e benessere. L’obesità e le malattie legate ai consumi di cibo spazzatura sono fuori controllo, come le scriteriate politiche di marketing di Big Food. L’obesità, a fianco di malnutrizione e cambiamento climatico, è citata come uno dei tre driver della Global Syndemic. Gli alimenti ultraprocessati ne sono sicura causa, ma continuano a venire proposti e acquistati in ogni dove. Anche alle avancasse della gran parte dei supermercati,

– benessere animale. Quale che sia il destino ultimo degli animali ‘da reddito’, il loro benessere è essenziale. Ancora una volta il sistema biologico supera tutti. Senza trascurare altri elementi, come eliminare le gabbie e la sessazione e ridurre l’impiego di antibiotici,

– economia circolare, la quale si basa sulla c.d. gerarchia dei rifiuti. Laddove il primo must è Ridurre. Ridurre i consumi di oggetti e imballi monouso ad esempio, prima ancora che pensare alla loro eventuale riciclabilità. Tenendo a mente che il riutilizzo va sempre e comunque preferito, ci si deve mettere in testa di usare più detersivi e detergenti sfusi, ad esempio, oltre a usare le borracce per l’acqua. Più borse riutilizzabili e meno sacchetti, sia pure in ‘bioplastica’.

#Buycott! Interrompere la domanda di soia OGM, olio di palma e carni americane

Abbattere la domanda di olio di palma – nell’industria alimentare come in quella cosmetica e dei detergenti, oltreché dal biodiesel – può di fatto disincentivare le rapine delle terre e deforestazioni tuttora in atto. Non è un caso se le diplomazie indonesiana e malese abbiano reagito con toni aggressivi al movimento di opposizione al palma che proprio chi scrive avviò in Italia nel 2013.

Respingere la soia OGM nei mangimi degli animali da cui derivano le nostre eccellenze lattiero-casearie, le carni e i salumi è altrettanto essenziale. Pretendere la tracciabilità completa delle filiere, from feed to fork, consentirà di mettere fine al paradosso italiano sulla soia OGM.

Escludere le carni americane dalle nostre filiere distributive significa anzitutto garantire l’informazione obbligatoria sull’origine delle carni in ristoranti e trattorie, fast-food e take-away, mense e catering. Solo così potremo liberarci delle carni di bovini nutriti con farine animali – nonché dopati con ormoni di sintesi e farmaci vietati, oltreché carichi di antiparassitari – che la ministra Teresa Bellanova vuole fare entrare in Italia con la ratifica del CETA.

#Buycott! Sostenere la filiera corta, equa e biologica. O quantomeno, sostenibile

La campagna #Buycott è vocata a promuovere il consumo di grassi vegetali più sani dell’olio di palma, come l’extravergine d’oliva e il girasole alto oleico, tanto meglio se bio. O quantomeno realizzati in filiere sostenibili ed etiche (come invece non accade nei Tropici, malgrado le false promesse dei palmocrati).

Restituire fiato alla nostra agricoltura – e al pianeta – è possibile. Anche con il girasole, l’oliva e la soia, oltreché con le decina di migliaia di piante che costellano la biodiversità. A condizione che si applichino protocolli agronomici rigorosi, volti ad escludere del tutto – come nel sistema biologico – o quantomeno ridurre ai minimi termini, e tracciare digitalmente, l’impiego di agrotossici. Escludendo in modo drastico l’impiego di nuovi OGM, di cui invece anche il presidente di Coldiretti Ettore Prandini ha chiesto la deregulation, dopo l’ex ministro Paolo De Castro.

La filiera corta deve venire favorita, per radicare Valori ed etica nei distretti agricoli e produttivi di ogni area della penisola. E il #Buycott, nella sua aspirazione evolutiva, ambisce proprio a questo. Alimentare la domanda interna con prodotti e servizi che derivano da filiere sostenibili e tracciate (secondo la logica di Wiise Chain). Promuovendo anche l’agricoltura contadina, quale formidabile strumento di innovazione sociale.

Global Climate Strike, i compiti a casa

I Sustainable Development Goals (SDGs) che l’Assemblea generale delle Nazioni Unite già nel 2015 ha inserito in Agenda 2030 sono 17. Ma i genitori dei milioni di ragazzi che ieri hanno manifestato con gioia a malapena ne conoscono l’esistenza, e solo dopo intervista a domanda guidata possono intuire una manciata degli Obiettivi di Sviluppo Sostenibile. È dunque utile iniziare a farsi un’idea su ciò che serve al pianeta e a chi lo abita per vivere meglio. Nella filiera alimentare e nella vita quotidiana, senza dimenticare la politica.

Il vero problema delle iniziative ispirate al Bene comune, in Italia come altrove, rimane l’incapacità di aggregare le idee che vi sono coerenti e sostenerle in modo coeso. La campagna #Buycott! Olio di palma e soia OGM (oltre alle carni americane), lanciata il 4.8.19 da Égalité e da GIFT (Great Italian Food Trade) ne è semplice esempio. Palma e soia OGM sono da oltre un decennio le prime cause di land grabbing (rapina delle terre) e deforestazioni a livello planetario. L’impatto sul clima di queste monocolture è grave, come conferma anche l’ultimo rapporto di IPCC (Intergovernmental Panel on Climate Change).

La c.d. società civile – rappresentata in primis dalle grandi associazioni, ambientaliste e dei consumatori – si tiene però ancora alla larga dall’iniziativa #Buycott, come già accadde con la prima petizione contro l’olio di palma nei cibi. In un clima paradossalmente competitivo proprio nel Terzo Settore, ove ogni ente tende a sostenere le sole iniziative di cui è esso stesso promotore e sovrano, ignorando quelle altre che pure tendano a realizzare trasformazioni coerenti agli obiettivi dichiarati. (2) Con quello stesso atteggiamento egoico e narcisista che ha disintegrato, tra l’altro, la sinistra in Italia. Non v’è dunque da stupirsi che neppure nell’ambito della cooperazione – all’interno della GDO (Grande Distribuzione Organizzata) – l’iniziativa Saturdays for Future sia stata condivisa con altri gruppi. Come invece speriamo accada presto, in Conad ma anche in tutte le catene della distribuzione.

#Égalité!

Dario Dongo

Note

(1) Un recente studio su Nature – a cui ha partecipato anche l’economista italiana Mariana Mazzucato – ha offerto una preziosa sintesi degli SDGs

(2) La governance nel Terzo Settore, che in Italia ancora attende la riforma, è un altro problema irrisolto. Le associazioni sono infatti esentate dall’obbligo di rendere pubblici i loro sponsor. È dunque lecito esprimere perplessità, ad esempio sulla mancata adesione di Slow Food ai nostri appelli contro l’olio di palma. A fronte della voce, tuttora priva di smentita, del salvataggio economico dell’Università di Slow Food a Pollenzo da parte di Ferrero (oltreché di Barilla e Casillo) è chiaro come United Nations,/

 

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