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I bambini del cacao

I bambini del cacao

bambini del cacao continuano ad alimentare la ‘supply-chain’ del cioccolato per altri bambini. Il colonialismo ha solo cambiato forma, dalle catene alle barrette.

Sfruttamento minorile in agricoltura 

La giornata mondiale contro il lavoro minorile, 12 giugno, vale essenzialmente ad aggiornare i dati. Secondo la FAO lo sfruttamento dei minori è in crescita e sono oggi almeno 152 milioni i bambini tra i 5 e i 14 anni impegnati nel lavoro, anzi schiavitù quotidiana. Di questi tre su quattro, non meno di 108 milioni, sono sfruttati nel settore agricolo.

I numeri del lavoro minorile, che trovano conferma negli studi di ILO (International Labour Organization), continuano a crescere. Soprattutto presso le popolazioni che vivono in condizioni di povertà. E  alimentano tuttavia le filiere globali, nella produzione di olio di palmae cacao soprattutto. 

La mappa del fenomeno, se mai ve ne fosse bisogno, ancora una volta conferma l’acuirsi delle disuguaglianze tra Sud e Nord del pianeta. Laddove Africa e Asia sono i continenti con la più alta percentuale di bambini impegnati ai lavori nei campi, America ed Europa a trarne beneficio.

Secondo i dati dell’ILO, oltre 74 milioni di bambini sono esposti ai gravi rischi legati all’esposizione ad agrotossici e pesticidi (come confermato da recente studio UNICEF). Oltreché nelle miniere. Dalle grotte della Cambogia alle piantagioni di tè nello Zimbabwe, passando per le monocolture di palma e cacao. Minori deportarti nelle piantagioni con la purtroppo vana speranza di una vita migliore. 

I bambini del cacao

Costa d’Avorio e Ghana sono i primi produttori di cacao a livello planetario, 60% della produzione globale. E sono i Paesi ove ha luogo la tratta di minori – in arrivo da diversi Paesi dell’Africa occidentale – che vengono destinati alla raccolta delle fave di cacao. 

I colossi multinazionali governano la filiera, anche attraverso le loro sussidiarie. Barry Callebaut e Cargill realizzano il 50% del semilavorato (pasta di cacao) a livello globale, per fornire Nestlé, Mars, Mondelez, Ferrero, Hershey, ADM, Meiji. Le operazioni che consentono di acquistare la materia prima a costi incompatibili con un’equa retribuzione dei lavoratori, ovviamente, sono affidate agli intermediari.

Big Food macina così i profitti in chiaro, senza sporcarsi le mani con lo sfruttamento che viene apposta terziarizzato. Declina ogni responsabilità rispetto alle gravi violazioni dei diritti umani fondamentali, provvedendo semmai a imbonire il pubblico con qualche piccola operazione ‘di facciata’. Le agenzie internazionali del resto si limitano a raccogliere i dati e le associazioni dei consumatori a loro volta restano innocue.

I prezzi della materia prima sono fissati ogni anno dai governi delle (ex?) colonie francesi e britanniche, i quali versano agli agricoltori la differenza tra tali prezzi e la quotazione riconosciuta dal mercato. Ma non devono restare parchi, per evitare le reprimende del Fondo Monetario Internazionale che vigila sulla solvibilità dei loro debiti verso le banche del Nord del mondo. Così quest’anno Abidjan ha tagliato il prezzo del 30% rispetto all’anno precedente (in previsione di un incremento dei raccolti del 18%).

Su un mercato globale di cacao e derivati che vale 124 miliardi di dollari solo 9 miliardi (vale a dire, il 7,3%) vanno a chi produce la materia prima, 28 ai produttori di semilavorati (pasta di cacao), 87 a chi realizza i prodotti finiti. Ciò spiega perché al lavoro minorile sia dedicata solo una  ‘giornata mondiale’, che cade peraltro nel cuore della campagna annuale del cacao. Nessuna festa, per i piccoli raccoglitori di fave.

Lo sfruttamento minorile nella nostra spesa

Quanto incide la nostra spesa alimentare sullo sfruttamento minorile, oltreché sull’abuso dei diritti dei lavoratori in termini più generali? Più di quanto noi ignari consumAttori potremmo immaginare, ammonisce Oxfam nel suo recente rapporto ‘’Ripe for Change‘, ‘Maturi per il Cambiamento.

L’etichetta non narra alcunché su questi abusi, ed è perciò indispensabile affidarsi a quei marchi che possano offrire garanzie effettive. Quali ad esempio le certificazioni, come SA 8000 Fair Trade. O anche le autocertificazioni di gruppi industriali dei quali ci si possa fidare, in quanto siano in grado di dimostrare notizie concrete e coerenti all’indispensabile garanzia del rispetto degli inviolabili diritti dei minori.

Fammi giocare solo per gioco, senza nient’altro, solo per gioco. Senza capire, senza imparare, senza bisogno di socializzare. Solo un bambino con altri bambini. Senza gli adulti sempre vicini, senza progetto, senza giudizio con una fine ma senza l’inizio, con una coda ma senza la testa solo per finta, solo per festa. Solo per fiamma che brucia per fuoco. Fammi giocare solo per gioco’. (Dorothy Law Nolte)

Big Food viceversa si affida al greenwashing, una ‘tinteggiata di verde’ dettata dal marketing per sole finalità commerciali bensì priva di alcuna sostanza. Fino a quando i consumAttori lo consentiranno. Fino a quando?

Dario Dongo e Jessica Trombin

Note

(1) Si direbbe sfuggano ai citati colossi due degli otto obiettivi di sviluppo sostenibile. L’eliminazione della povertà e il raggiungimento dell’istruzione primaria universale, tra gli altri

(2) Dati 2015. Fonte Bloomberg Business Forum, NYC, settembre 2017

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